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storie che fanno colore

Come tanti altri, Bista non è stato qualcuno che ha fatto cose, qualcuno che ha fatto la differenza. Chi vive la dimensione di paese però sa benissimo che non è l’aver lasciato il segno nella storia l’importante

Passeggiando per il corso di Monte San Savino, ti capitava di vederlo camminare lentamente con le mani intrecciate dietro la schiena. Passando per il semaforo de Le Fonti, ti capitava di vederlo fare l’autostop chiedendo un passaggio per andare in paese. Camminando davanti al Palazzo Comunale, lo trovavi sulle panche della facciata, seduto rigorosamente a gambe incrociate. Questo era il Bista ovvero Neri Giovanbattista.

Qualche mese fa il Monte è rimasto senza  il suo passeggiatore a braccia conserte, senza il suo autostoppista local, senza la sua sentinella comunale. La sua era una condizione strana. Da un certo punto di vista non potevi non notarlo: la stazza imponente, il tono di voce decisamente qualche decibel sopra la media e l’odore pungente che a volte emanava non potevano farlo passare inosservato. Ma al tempo stesso poteva benissimo capitare di non vederlo: mai vestito con colori sgargianti, quasi si mimetizzava davanti alle pietre comunali; la sua voce la usava solo se strettamente necessario, preferendo dei gesti ormai codificati per comunicare; per l’odore, malvolentieri, ma ormai si era abituato a quello strano rituale a cui era sottoposto a giorni alterni da qualche anno: il bagno.

La sua non era stata una storia facile. Suo padre Augusto era morto quando aveva undici anni. Sua madre, la Lola, aveva quindi iniziato a lavorare come domestica a Firenze dal signor Bianchi, un banchiere. Bista doveva rimanere vicino a lei, non poteva restare al Monte, così grazie a qualche conoscenza (perché l’Italia è sempre l’Italia) la Lola lo fece entrare in collegio, alla “Madonnina del  Grappa”. Ci passò 14 anni. Lui era il capo tifoseria: portava i suoi compagni allo stadio nei posti a loro assegnati per tifare la viola. Frequentò il liceo artistico e poi si iscrisse ad architettura, ma non è mai arrivato alla laurea (erano gli anni delle rivolte studentesche).

Tornato a vivere al Monte, arrivò il primo impiego: insegnante di disegno a Camucia, lavoro non molto gratificante secondo lui (“Non hanno voglia di fare niente”). Poco male: partecipa e vince il concorso per la sopraintendenza delle belle arti di Arezzo. Ci lavora per quasi 14 anni, fino a quando qualcosa si rompe. A 40 anni subisce  un TSO: era un paranoide schizofrenico. Lo hanno mandato in pensione anticipata, pensione che non  ha riscosso per anni perché sperava di essere reintegrato. Teneva i propri soldi a San Marino (alla faccia della pazzia). Gli piacevano la fotografia ed era un talento naturale nel disegno con la china. Aveva una calligrafia meravigliosa, indistinguibile da quella scritta a macchina. Chiedeva a tutti un caffè, anche se una volta un caffè l’ha offerto lui. Ogni tanto aveva bisogno di dire a modo suo che c’era anche lui.

Come tanti altri, Bista non è stato qualcuno che ha fatto cose, qualcuno che ha fatto la differenza. Chi vive la dimensione di paese però sa benissimo che non è l’aver lasciato il segno nella storia l’importante.

Chi vive la dimensione di paese sa che il corso, il comune, la piazza, sono palcoscenici  calcati da personaggi, ognuno col proprio ruolo. Ci sono sicuramente i protagonisti, le figure che stanno al centro della scena (e ciascuno ha il sacrosanto diritto di sentirsi il protagonista della propria storia). Ma quello che rende uno spettacolo teatrale davvero indimenticabile sono le figure a margine, quelle che fanno colore. E allora c’è lo Scienziato, un anziano in tuta blu che nel suo negozio lungo la strada accumula cose. C’è il fornaio che fa le brioscine e ogni mattina inonda il vicolo dove sta la sua bottega di profumo di pane. C’è il becchino col mozzicone di sigaro sempre in bocca, che se quel giorno gli girano male ti si avvicina e fa per prenderti le misure. C’è il ’48, che solo il nome è un programma. E c’è il Buddha, un uomo che sta, seduto sulle panche del comune a gambe incrociate. Sono tutte figure non centrali, che vedi senza guardarle davvero, che ti rendi conto solo con qualche secondo di ritardo che non ci sono più, che alla scena manca qualcosa.

Fermarsi a osservare queste figure e ad ascoltare le loro storie è qualcosa che dovremmo trovare il tempo di fare. Un po’ perché è una responsabilità condivisa quella di mantenere vivo il colore di un paese. Un po’ perché fermarsi ad ascoltare una storia ci può portare a fare delle chiacchierate che non avremmo mai pensato di fare, tra racconti di carcere scampato, di processi che finiscono in abbracci, di pellicce di volpe rossa e di pendoli che oscillano.

di RACHELE BIANCOTTI RONCUCCI

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