C’è una storia aretina nella cinquina finalista del Premio Campiello Giovani 2026. Il racconto, che verrà pubblicato a luglio sul sito ufficiale del concorso, si chiama Crescendo rossiniano e basterebbe il titolo a descrivere la personalità e l’entusiasmo del suo autore: una ripetizione dinamica e ironica di piccoli segmenti melodici e ritmici fino all’exploit finale. Lettrici e lettori, vi presentiamo
Matteo D’Angelo, studente di musicologia al Conservatorio di Perugia e appassionato sostenitore di un’idea di arte che non sia fine a sé stessa ma che parli della realtà nella realtà.
Matteo, com’è avvenuto l’incontro con la letteratura?
«Posso dire di non aver mai vissuto la scrittura come un obbligo. Scrivo quando sento di avere qualcosa da dire, anche se spesso mi ritrovo a ragionare come molti compositori che, di fronte a una scadenza o a un concorso imminente, trovano nella pressione uno stimolo creativo ulteriore.
La narrativa tradizionale non è il genere che frequento di più; mi sento molto più vicino alla letteratura teatrale. Quasi tutto ciò che scrivo tende naturalmente a svilupparsi in una dimensione scenica. Anche quando si tratta di prosa, immagino sempre personaggi, dialoghi, movimenti e dinamiche da palcoscenico. In fondo, nella mia testa, ogni storia prende vita prima come spettacolo che come pagina scritta.»
Cosa vede attualmente la tua produzione?
«Niente di pubblicato. Per quanto riguarda il Campiello è la seconda volta che provo: l’anno scorso ricevetti “solo” una menzione tra i meritevoli di segnalazione, con il racconto Ventotto trentesimi. Con Crescendo rossiniano invece sono arrivato tra i finalisti. «Nel tempo ho scritto diversi monologhi e testi che tengo nel cassetto per un futuro concorso o per progetti ancora da sviluppare. Quando un’idea mi convince particolarmente, mi piace invece portarla sui social e trasformarla in una piccola messa in scena. Non per inseguire gli algoritmi, ma per sperimentare e far maturare il mio modo di scrivere. Credo che i social siano uno strumento utile per la divulgazione e la cultura: c’è molta arte e molto da imparare, se li si usa con consapevolezza e non soltanto per raccontare ogni momento della propria giornata.»
Com’è stata finora l’esperienza del Campiello Giovani?
«A fine aprile c’è stata la proclamazione dei finalisti a Verona e da ora fino a settembre ci saranno una serie di eventi in tutta Italia, incontri con studenti, workshop, fino alla proclamazione del vincitore, che avverrà in settembre a Treviso. Alla fine è irrilevante vincere; fa piacere, certo, ma la cosa importante è tutto il percorso che si fa. Siamo tutti tra i diciotto e i ventuno anni e avere avuto l’occasione di conoscere tutti i semifinalisti è stato bello. Ho scoperto che oltre alla mia realtà provinciale c’è veramente un mondo, spero di fare altre esperienze che mi permettano di conoscere giovani del genere, ovvero tutti con una voglia di mettersi in gioco che faceva impressione. Molti già scrivevano per altre realtà mentre io rischiavo di crescere con la mentalità relegata alla provincia aretina in cui vigeva il falso mito che tra i giovani non ci fosse questa varietà.»
Qual è il tuo rapporto con la provincia? Secondo te, si può fare arte in provincia?
«Credo che si debba continuare a fare arte anche in provincia. Se devo ringraziare Arezzo è perché mi ha cresciuto e mi ha offerto molte opportunità durante gli anni della formazione. Però, una volta concluso quel percorso, mi sono sentito un po’ limitato da una realtà che spesso sembra chiusa in sé stessa. Ho avuto la sensazione che la provincia viva secondo dinamiche molto consolidate, dove gli equilibri cambiano poco e dove emergere in contesti artistici più ampi e riconosciuti può diventare particolarmente difficile.
Penso che il cambiamento debba partire dall’istruzione e dai luoghi frequentati dai giovani, investendo concretamente nella cultura e nella formazione.
Non appartengo a chi sostiene che per fare arte si debba necessariamente andare via: credo anzi che i territori abbiano bisogno dei loro artisti. Però serve un ambiente capace di accoglierli, sostenerli e farli crescere. Arezzo è una città che amo: offre molto, pur mantenendo una dimensione a misura d’uomo, ma per far nascere qualcosa di grande serve un terreno fertile. È difficile immaginare una foresta dove non esistono ancora le condizioni perché gli alberi possano mettere radici e crescere.»
di GABRIELE MARCO LIBERATORI
Laureando in lettere antiche, chitarrista dall’animo rétro, cultore di teatro e storia dell’arte. Ritengo che la conoscenza dell’espressione e del pensiero umani sia l’unica chiave per elevare il nostro spirito.. Il mio motto è “E l’omo vive”, perché non c’è buona speculazione intellettuale senza un calice di rosso e un piatto di leccornie regionali.



















