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A volte il corpo parla piano

Lucia Vagheggi, il suo tumore al seno, lo ha scoperto così: non dentro una campagna di sensibilizzazione, ma nel mezzo di una quotidianità troppo piena per fermarsi ad ascoltare il proprio corpo

Ottobre è il “mese rosa”, quello in cui si moltiplicano fiocchi, campagne, inviti alla prevenzione. Poi però esistono le vite vere, quelle in cui una visita si rimanda perché al lavoro non c’è tempo, perché si fanno straordinari su straordinari, perché quando qualcosa sembra strano ci si dice che magari passerà. Lucia Vagheggi, il suo tumore al seno, lo ha scoperto così: non dentro una campagna di sensibilizzazione, ma nel mezzo di una quotidianità troppo piena per fermarsi ad ascoltare il proprio corpo.

Aveva trentatré anni, nessuna familiarità genetica emersa dagli esami e una vita che, come spesso succede a quell’età, sembrava avere tutt’altro da fare. Da qualche mese si era accorta che il seno destro era diventato più grande del sinistro, soprattutto nei giorni delle mestruazioni. Una differenza evidente, ma intermittente: la notava, poi passava il momento, tornava la routine e quella sensazione finiva in fondo alla lista delle cose da affrontare. Finché, durante un fine settimana al mare, con più calma e meno rumore intorno, mettendosi la crema sentì una sporgenza che non ricordava.

Ed è forse proprio da qui che vale la pena partire, perché la prevenzione non è soltanto fare gli esami quando arriva la lettera o rispettare una scadenza sul calendario: è imparare a conoscere il proprio corpo abbastanza da accorgersi quando cambia. Lucia non aveva il classico nodulo che immaginiamo quando pensiamo all’autopalpazione. Il suo segnale era altrove, in una zona che lei stessa non aveva mai considerato davvero durante i controlli fatti da sola. Da quella sensazione è cominciata una corsa molto rapida: una prima ecografia, poi la senologia, mammografia, agoaspirato, biopsie. In pochi giorni il dubbio è diventato una diagnosi. E da lì, dice lei, “è partito tutto”.

La frase è semplice, quasi asciutta, e racconta bene il modo in cui Lucia ha attraversato ciò che è venuto dopo: senza cadere troppo nel dramma, ma nemmeno fingendo che non fosse una cosa enorme. Il tumore era già importante, circa sette centimetri, e rispondeva agli estrogeni. Prima delle cure oncologiche è arrivata anche la preservazione ovarica, perché a trentatré anni la malattia non interrompe soltanto il presente: entra con prepotenza anche dentro il futuro, dentro possibilità a cui magari non avevi ancora deciso se dire sì o no. Poi, la chemioterapia, prima quella più pesante ogni quindici giorni, poi dodici sedute settimanali. Lucia le ricorda quasi come un’agenda di lavoro: analisi il martedì, chemio il mercoledì, un obiettivo dopo l’altro. “L’avevo presa veramente come un nuovo lavoro”, racconta. Il traguardo era arrivare in fondo, senza saltarne una. Non perché fosse facile, ma perché trasformare la paura in una sequenza concreta di cose da fare era il suo modo di non lasciarle tutto lo spazio.

A febbraio 2023 è arrivata la mastectomia totale del seno destro e l’asportazione di nove linfonodi. Nel frattempo aveva perso i capelli, affrontato il cortisone, il sapore metallico, la stanchezza. Eppure, dal punto di vista fisico, si considera fortunata: ha tollerato bene le cure e non ha dovuto interromperle. Nelle stanze dell’oncologia incontrava soprattutto donne più grandi di lei. Parlava con tutte, provava perfino a tirarle su, perché “se io sono giù e tu sei giù, ci si tira giù”. Il paradosso è che il contraccolpo emotivo più forte è arrivato dopo; quando l’urgenza delle cure si è allentata, quando la tabella di marcia ha smesso di occupare ogni spazio, Lucia ha cominciato a sentire quello che per mesi era rimasto in secondo piano.

Oggi è in terapia, perché a un certo punto, racconta, è arrivato il blackout. Anche questo fa parte della salute e anche questo merita di essere detto, soprattutto quando si parla di tumori al seno: guarire, curarsi, sopravvivere non significa semplicemente tornare esattamente alla persona di prima. Alcune cose si ricompongono, altre chiedono tempo, altre ancora cambiano forma.

Ottobre, allora, può essere utile se riesce ad andare oltre il rosa, se ci ricorda che prevenzione significa fare controlli, certo, ma anche non rimandare troppo a lungo ciò che ci insospettisce; significa osservare, toccare, conoscere il proprio corpo senza paura di sembrare eccessive; significa chiedere un approfondimento quando qualcosa non convince, anche se non fa male, anche se potrebbe essere niente. La storia di Lucia non dimostra che basta “accorgersene in tempo” per controllare tutto: sarebbe una semplificazione ingiusta. Dice però qualcosa di molto concreto: che a volte il corpo parla piano e che imparare ad ascoltarlo, in mezzo a tutto il resto, può fare una differenza enorme.

di MELISSA FRULLONI
Foto Federica Malentacchi

Melissa Frulloni
MELISSA FRULLONI

Vegetariana militante. Animalista convinta. Femminista in prova. Cresciuta con il poster di Jim Morrison appeso alla parete. Romanticamente (troppo) sensibile e amante della musica vintage. Una laurea in giornalismo, un figlio umano e uno peloso, mille idee e (a giorni alterni) la sensazione di poter fare qualsiasi cosa…

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