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Oltre la pelle

Per Ramona non c'è bisogno di scegliere tra identità e professionalità: la sua pelle è semplicemente una parte di sé, che convive con il ruolo di avvocata.

Ramona Borri, classe 1987, è avvocata, appassionata di diritto e di tatuaggi. Due mondi apparentemente lontani, che raccontano bene il suo modo di essere: curiosa, istintiva, attenta alle persone e poco incline alle risposte semplici. Forse è proprio questo che il suo lavoro le ha insegnato più di ogni altra cosa: a guardare le persone.

“Con un po’ di spirito di osservazione si può imparare molto anche passeggiando in un parco, per esempio da come stanno sedute su una panchina.” Nel suo mestiere, però, osservare significa anche andare oltre ciò che viene raccontato.

“A volte, in un soggetto, la vergogna prevale sulla verità.” Ci sono cose che vengono nascoste persino al proprio avvocato, per un senso di inadeguatezza o per la paura di essere giudicati ed è proprio lì che Ramona ama ricordare, con ironia: “Ama il tuo avvocato! Dopo tua madre è l’unico in grado di difenderti anche senza crederti.” Cinque anni fa arriva una delle scelte più coraggiose del suo percorso: iniziare a lavorare in proprio.

Al suo fianco c’è la madre, da oltre trent’anni gestisce uno studio commerciale, con cui ha deciso di unire le forze. E poi ci sono i colleghi, “meravigliosi”, dai quali continua a imparare. È proprio questa esperienza ad aver lasciato un segno anche sulla pelle, sotto forma di uno dei suoi tanti tatuaggi: un monito a non avere paura.

La passione per i tatuaggi nasce nell’adolescenza e, negli anni, diventa qualcosa di molto più profondo della semplice scelta di un disegno. Ramona legge, si interessa alle diverse tradizioni nel mondo e, grazie a un amico tatuatore, scopre anche l’hand poke, la tecnica eseguita a mano, che la affascina per la sua dimensione lenta, artigianale e personale. Imparare a realizzarli con le proprie mani significa così aggiungere un altro pezzo a quella passione: non solo portare qualcosa sulla pelle, ma conoscere anche il gesto che lo crea.

“Penso si possa dire, senza sbagliare, che ne sono piuttosto gelosa.” Non ama necessariamente raccontarne il significato e, quando non ha voglia di entrare nei dettagli, risponde da avvocata: “Avevo i soldi e nessuno mi ha fermata!” Perché alcuni tatuaggi hanno una storia precisa, altri nascono semplicemente da un impulso, da un momento o da un’idea che voleva portare con sé. E non tutto ciò che ci appartiene deve necessariamente essere spiegato agli altri per avere valore.

persone. Quanto l’aspetto continua a influenzare l’idea che abbiamo della professionalità? In alcuni ambienti ancora oggi si tende a nascondere un tatuaggio o a scegliere un’immagine più conforme a ciò che viene considerato “professionale” e viene spontaneo chiedersi se, a parità di professione, lo stesso aspetto venga percepito allo stesso modo in un uomo e in una donna.

Per Ramona non c’è bisogno di scegliere tra identità e professionalità: la sua pelle è semplicemente una parte di sé, che convive con il ruolo di avvocata. E lo stesso sguardo lo porta nel lavoro. Non esistono casi davvero uguali, perché dietro ogni questione giuridica c’è una storia diversa e sono spesso proprio i casi apparentemente più semplici quelli che le hanno lasciato qualcosa: l’imprenditore che cerca di salvare la piccola azienda che ha costruito con fatica insieme al padre o due donne unite civilmente che vogliono tutelare la propria famiglia e i propri diritti.

“Sono questi i casi che porto con me. Quelli in cui magari non c’è una grande sentenza da raccontare, ma c’è una persona che, alla fine del percorso, si sente un po’ più tutelata, un po’ più libera o semplicemente un po’ meno sola davanti a un problema.” Nel suo modo di lavorare c’è spazio anche per il dubbio, non come segno di debolezza ma come “uno spazio di libertà”: quello che permette di interrogarsi, cambiare idea e rispettare davvero chi si ha davanti.

“Non sento il bisogno di essere infallibile per essere autorevole. Posso avere dubbi, posso cambiare idea, posso sbagliare e posso ricominciare.” E se c’è un difetto che ancora fatica a tenere a bada, quello ha un nome molto meno filosofico: l’impazienza. “Una “malattia” che, temo, accorci la vita.” Ma anche qui, da buona avvocata, arriva la sua arringa finale: “A mia discolpa, Signor Giudice, sto cercando con tutte le mie forze di migliorare!”

di MARGHERITA MARTINI

Foto Federica Malentacchi

Margherita Martini
MARGERITA MARTINI

Curiosa per natura, sempre in movimento. Amo il brusio delle tavolate intorno a una buona bottiglia di vino e le persone che hanno qualcosa da raccontare.

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