I primi segnali destabilizzanti li avevo captati quando, scendendo a buttare nella spazzatura la zucca di Halloween, che in neanche un giorno stava rendendo la terrazza un paradiso delle mosche, perfetto per il set di un nuovo sequel di Hannibal Lecter, avevo notato un addetto comunale ad appendere lungo strada luci a forma di stella cometa, sospirando in gilet e maniche corte.
Passati alcuni giorni, giusto il tempo di tirare fuori cappotto e guanti per la prima passeggiata domenicale col cane, vagamente fredda, una coppia ansimante bardata di cappelli e zaini di babbo Natale mi ferma per strada, chiedendomi dove sia il vin brulé. Barcollo. Tutto ciò, dopo aver tolto le cuffie interrompendo “Hey you” dei Pink Floyd nel momento in cui muore, facendoti rinascere, l’assolo di Davide Gilmour…
Destabilizzante, qui, è riduttivo come termine: l’auto-diagnosi dichiara ufficialmente: “labirintite dell’anima“.
Poi, l’amara illuminazione, dopo aver cercato in ogni meandro della memoria chi fosse il losco tabacchino che mi aveva venduto la sigaretta che stavo inspirando: mi ricordo, superando i miei meccanismi difensivi di rimozione, che da qualche anno la mia amata e storica città si è trasformata in un cosplay geografico, la succursale della Lapponia, una sorta di sud-sud-sud-Tirolo dedicato a quei christmas-maniaci che per arrivare nei luoghi realmente montani sarebbero costretti a chiedere un’aspettativa al lavoro. Dopo aver bofonchiato alla malcapitata coppia un “non ne ho idea” che potrei aver sentito solo io, nella mia testa parte la samba delle allucinazioni: Giorgio Vasari che scrolla il capo, seduto accartocciato sugli scalini di Piazza Grande, alla vista del suo loggiato percorso da mandrie sgomitanti a capo rigorosamente basso, intente a disquisire delle dimensioni di un brezel o di un Santa Claus, piuttosto che del loggiato stesso.
Guido d’Arezzo (d’Arezzo, mica di Merano o Bressanone) che, fiero di come l’umanità abbia usato con fantasia e varietà la notazione musicale da lui concepita, scende dalla sua statua situata al centro dell’omonima piazza: non regge di sentire, proprio nella sua città natale, in loop filo-diffuso nient’altro che la fottuta “Jingle Bells”…
Piero della Francesca, che cerca sbracciandosi affannato di condurre qualche distratto elfo wannabe ai suoi affreschi, distogliendolo dalla ricerca spasmodica di mattoncini lego e ruote panoramiche con renne luminose a fare da guardia.
Rimetto le cuffie. La magia della musica (grazie Guido, a proposito) mi fa ritrovare un barlume di lucidità e di conforto, nella consapevolezza che presto queste luci si spegneranno, spogliando nuovamente Arezzo nella sua bellezza nuda, senza trucchi.
Non si confondano, però, nel frattempo, lucine e lucette con la vera luce che andiamo cercando. Quella che scalda, crea, innova, muove ed illumina. Quella, a differenza di lucine e lucette, non si spegne ed Arezzo ne è da quasi trenta secoli ricolma, se solo la si guarda dandole spazio, aria, via di fuoriuscita, senza soffocarla con bagliori che nulla hanno a che fare con la sua essenza.
di ALESSIO FRANCI
Musicomane innamorato di ogni applicazione del linguaggio. Cerco storie e suoni che mi facciano vibrare tanto ad ascoltarle, quanto a raccontarle. Osservo, rifletto, percuoto, vivo. Mi muovo per il mondo senza filtri e senza la pretesa di trainarlo, col solo obiettivo di conoscerne ed apprezzarne le sfumature più o meno armoniche.


















