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Una riflessione poco pretenziosa sul concetto di coscienza collettiva

Scuola, lavoro e famiglia, naviganti a vista nel mare della disillusione giovanile e nell’artificiosità dei sentimenti che siamo stati noi a forgiare

Il Personale è Politico”. Fu questo il motto che, negli anni ’70, affiancò e ispirò la seconda ondata femminista e la cui maternità è da molt* attribuita all’attivista statunitense Carol Hanisch.
Una frase tanto incisiva quanto ancora attuale, in tempi tanto incerti quanto interessanti (qui l’attribuzione della semi-citazione è più ambigua, di origine forse cinese, forse britannica, ma del resto adesso non stiamo discutendo di questo) come quelli odierni.
Interessanti, perché ci portano a chiederci se effettivamente le recenti rivendicazioni politiche e sociali – il cui sacrosanto protagonista, nel 2025, è stato ovviamente il genocidio palestinese – si possano realmente considerare e chiamare tali, dopo decenni di retorica costellata di “L’Italia è l’unico paese a non aver mai avuto una vera e propria Rivoluzione”, che ha rapidamente reso il popolo italico una caricatura che ben potremmo raffigurare come un enorme e sonnolento brontosauro, pronto a muovere il proprio pesante deretano solo per il ritiro della pensione alle Poste o, tutt’al più, per andare allo stadio.
Incerti perché – tra le altre cose – si tratta pur sempre di tempi in cui il nostro Governo nazionale propone serene e potenzialmente prive di conseguenze illazioni sul “perché uno Sciopero cada proprio di Venerdì”. Ma, dal momento che qui siamo tutte brave persone e che non possiamo permetterci di fare la figura di quell* che indicano la luna per poi fermarsi a guardare il dito, con l’onestà intellettuale che ci contraddistingue non possiamo addossare ogni colpa a Palazzo Chigi, che purtuttavia si mostra sempre così disinvolto nel farsi portatore del mos maiorum nazionale e collettivo.

Tempi incerti, dicevamo, e forse si tratta solo di noi, che dovremmo soffermarci un istante a ripensare con onestà, in primis, la gestione dei nostri rapporti personali, privati, in quel micromondo di distratte, ma importanti banalità che chiamiamo vita, dominati come sono oggi – perlomeno, a parere di chi scrive – da una violenza che si estrinseca nelle forme dell’egoismo, della prevaricazione, del bieco solipsismo che non riesce a guardare oltre la punta delle proprie scarpe. Scuola, lavoro e famiglia, tre storiche istituzioni oggi disorientate, naviganti a vista nel mare della disillusione giovanile e nell’artificiosità dei sentimenti che, stavolta sì, siamo stati noi, con queste stesse mani, a forgiare.
Nulla etica sine estetica” dicevano i nostri antenati romani; “nulla etica sine semantica” verrebbe da riformulare, attualizzando. Perché solo ridefinendo il concetto di educazione civica e il nostro linguaggio emotivo potremo sperare che questo barlume di coscienza collettiva si trasformi, domani, in una fiamma capace di illuminare il nostro – pur piccolo, ma universale – mondo con lungimiranza di mente e ampiezza d’anima.

di GEMMA BUI

Gemma Bui
GEMMA BUI

Studentessa, musicista, cultrice dell’Arte variamente declinata. Con la scrittura, cerco di colmare la mia timidezza dialogica. Nelle parole incarno la sintesi – e non la semplificazione – della realtà. Credo nella conoscenza come mezzo per l’affermazione di sè e come chiave di lettura dell’esistere umano.

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