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Illuminata nel momento sbagliato

Sotto, a illustrare il ritorno dello spaccio, ci sono io. Con le buste dei regali. Con la mia faccia da ostaggio del mese di dicembre

Diciamoci la verità: quando dalla redazione mi è arrivato il messaggio che il tema di questa uscita sarebbero stati la luce, le scintille, dicembre, Babbo Natale e compagnia cantante… ho avuto un micro collasso mentale. La luce? La luce d’inverno? Sì, certo! Ma anche no.
Perché la luce d’inverno, si sa, è quella bianca del bagno che ti sbatte in faccia la vita. È la luce dei negozi mentre cerchi un regalo e ti ritrovi a sudare come se fossi in sauna. È quella maledetta luce dei ristoranti di Natale che ti fa sembrare stanca come dopo un mutuo e un trasloco. Ed è la luce delle luminarie – già accese alle otto del mattino – che si riflette in ogni vetrina proprio mentre tu, onestamente, vorresti semplicemente scomparire.
E mentre cerco di tirar fuori un’idea sulla luce d’inverno, sono sul divano, con una luce calda accesa che scalda ben poco tranne la mia irritazione. Vorrei spegnerla, ma poi rimarrei al buio, e finirei a imprecare comunque – quindi resta lì, a giudicarmi. Sto fissando il pc con la stessa energia con cui si guarda un film in lingua uzbeka senza sottotitoli.
Secondo i poeti la luce invernale “scalda le giornate fredde”. A me scalda poco: sarà che d’inverno la luce naturale dura otto minuti, il resto è tutto energia elettrica. E io, sinceramente, con tutta questa elettricità addosso, mi sento più un elettrodomestico che un essere umano. E visto che non so di che parlare – perché della luce invernale ho già detto tutto quello che potrei dire senza perdere definitivamente la voglia di vivere – vi racconto una cosa che mi sembra perfettamente in tema. O almeno: in tema con la sottoscritta.

Anni fa, quando avevo meno rughe e portavo i capelli a zazzera, attraversavo Piazza Sant’Agostino nel periodo natalizio. Faceva freddo, ma ero giovane e d’inverno giravo con i mocassini senza calzini. Le priorità erano altre. Strano ma vero, avevo in mano le buste con i regali e una faccia che esprimeva già allora la mia proverbiale e inesistente “gioia per le feste”. Quella scena, per me, finisce lì: un passaggio qualsiasi in una giornata qualsiasi di dicembre. Nessun evento straordinario, nessun colpo di scena, nessuna luce mistica dall’alto. Solo io, le mie buste, i miei mocassini e la solita espressione da “fatemi tornare a casa?”. Mesi dopo, però, si verifica un fatto bizzarro. Mi scrivono: “Oh, ma lo sai che sei finita sul giornale?”. Apro il link. Il titolo dice: “Torna lo spaccio in città”. Sotto, a illustrare il ritorno dello spaccio, ci sono io. Con le buste dei regali. Con la mia faccia da ostaggio del mese di dicembre. In mezzo a Piazza Sant’Agostino, scelta come immagine perfetta per raccontare il degrado urbano. Una scena surreale: sembrava il poster di Breaking Bad – versione aretina, ma con i mocassini al posto della tuta gialla. Perché evidentemente, ad Arezzo, basta camminare con l’aria sbagliata nel giorno sbagliato per diventare materiale da cronaca nera. La luce delle feste non mi ha mai reso più luminosa: al massimo mi ha illuminata nel momento sbagliato, nel posto sbagliato, per raccontare la storia sbagliata. E forse, alla fine, questa è la mia vera relazione con la luce d’inverno: ogni tanto mi prende, ogni tanto mi tradisce, e più spesso mi sgama nei momenti peggiori. Però, almeno, illumina le storie – anche quando vorrei spegnerla.

di VERONICA VALDAMBRINI

Veronica Valdambrini
VERONICA VALDAMBRINI

Stylist, Graphic Designer e Fashion Writer. Fin da quando ne ho ricordo, sono sempre stata attratta da situazioni, stili e differenti tipi di bellezza. Continuamente alla ricerca del nuovo ed alla riscoperta del vecchio, si affiancano a musica Jazz, Portrait Fotografici e cultura giapponese, piaceri e fonti di ispirazione per il mio lavoro e stile di vita.

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