E’ tutto imprevedibile

Giulia Cenci, classe 1988, nasce a Cortona e oggi vive tra Amsterdam e la Toscana.
Dopo essersi diplomata all’Accademia di Belle Arti di Bologna, dopo un master al Fine Arts alla St. Joost Academy, prende parte alla residenza deAteliers ad Amsterdam ed è vincitrice del Baloise Art Prize ad Art Basel nel 2019. Dopo innumerevoli mostre personali e collettive, tra i molti Galeria Fons Welters di Amsterdam, Museo Novecento di Firenze e museo MAXXI di Roma, nel 2022 parteciperà alla 59° Biennale di Arte di Venezia, The Milk of dreams, a cura di Cecilia Alemani che si svolgerà dal 23 aprile al 27 novembre.
Cara Giulia, mi prendo la libertà di darti del tu. Osservando le tue opere, immagino che per te la pratica artista sia un mezzo per esprimere al meglio l’inaccessibile e la sua irreversibilità. Il tuo risulta un lavoro carico di dolore e responsabilità, nonostante la tua giovane età, composto da una profonda stratificazione tra ricerca, materiali, tecniche e significati.
Domanda spontanea relativa alle tue tematiche: quanto sei arrabbiata?
«Da sempre c’è chi sente il peso della consapevolezza e chi si sente inerme davanti alle cose che sconvolgono la società nel periodo storico in cui si vive. Ora siamo in un momento in cui l’essere umano, inteso come entità specie, vive una sorta di inimicizia e conflitto con i suoi simili, c’è tanta tensione. Mi fa arrabbiare la cecità, quella sì, ma non mi sento arrabbiata, forse più impaurita.
E non riguarda solo gli esseri umani, ma riguarda anche per esempio il rapporto con gli animali: una cecità che non ci permette di individuare la vita, mi spaventa il trattare gli altri come oggetti. Spavento verso l’inconsapevolezza.»
Come è nata la scelta dei materiali e che importanza ha per te introdurre elementi della nostra contemporaneità?
«I materiali che uso si dividono, sono materiali differenti, una commistione che cerca di fondere anche ere differenti: per esempio, al MAXXI ho esposto una macchina gigante formata da parti meccaniche lontane, che partano dalla pre-motorizzazione come una sella per trasportare sugli asini le fascine e poi motori e telai di moto di ultima generazione: questa idea di creare una linea diretta che passi attraverso il tempo ma che colleghi mondi differenti. C’è un momento storico nei primi anni del ‘900 in cui gli artisti introducono oggetti purissimi, oggetti ready-made e gli additano la qualità di opera d’arte; un passaggio importante perché poi negli anni a seguire ci sono stati artisti che hanno abbandonato il fare e hanno iniziato a delegare ad artigiani o ad usare oggetti finiti.

Mi affascinava avvicinare le persone ad oggetti che conoscono e mescolarli con un lato di me espressivo, pre ready-made, cercando di far convivere una parte individuale della persona con una forte personalità interiore e una parte legata ad un mondo tangibile: per questo accosto materiali estremamente puri, legati all’idea di plasmabilità, come l’argilla e il silicone, ad oggetti all’antitesi di questi, come oggetti finiti, che cercano tra di loro un equilibrio in cui si mescola il finito al non finito, amalgamandoli e creando qualcosa che non è più definibile come tale.»
Le tue ultime opere sembrano non prediligere mai uno spazio asettico: sono i luoghi ad adattarsi alla tua arte o sono i lavori a delinearsi differentemente in base allo spazio di destinazione?
«Come per i materiali, un’artista ha possibilità di esporre in un white cube ma credo che nessuno viva in una stanza asettica isolata con i faretti puntati: nasce l’esigenza di portare le persone vicine alle cose che conoscono, creando ambienti che si avvicinano al caos che puoi provar in una grande città. La società inquadra molto l’essere umano in percorsi strutturati.
I greci ballavano per fare inni di gioia, dolore e paura, il teatro nasce da un grido interiore e così anche l’arte. Oggi invece ci troviamo a trovare sempre corsie, tornelli, entrate ed uscite che impongono una coreografia asettica che limita i corpi: scelgo luoghi dove posso costruire situazioni che hanno a che fare con questa struttura di base. Il MAXXI per esempio mi ricordava una grande hall. Poi le opere vivono da sole, in autonomia, possono sia nascere con il luogo che adattarsi a più posti.»
Su cosa ti interroghi maggiormente quando pensi al significato delle tue future opere?
«Ci sono idee che arrivano da cose intorno a me: la musica, il giornale, un gesto, il covid, l’osservazione di luoghi per me significativi, oggetti con cui ho empatia e che creano immagini spontanee. Poi in fase di lavorazione cambia: uno parte da un’idea abbozzata poi costruendo ti rendi conto che c’è qualcosa che porta maggiormente quella sensazione, oppure si introduce una sensazione nuova a cui lasci spazio e la utilizzi. È tutto imprevedibile.»

di GIULIA MIGLIORI

giuliacenci.com
IG: @giulia.cenci

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