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Cronache da backstage

Il lavoro di Arturo Magnanensi comincia molto prima del momento in cui il pubblico prende posto

Quando il pubblico entra in sala, le luci si abbassano e lo spettacolo comincia; tutto sembra accadere quasi naturalmente. Gli artisti salgono sul palco, la musica parte al momento giusto. Quello che spesso non si vede è tutto ciò che è successo prima: telefonate, riunioni, spostamenti, materiali da trovare, persone da coordinare, imprevisti da risolvere. È in questo spazio invisibile, prima ancora che il sipario si apra, che entra in gioco il direttore di produzione.
“Il mio lavoro è molto complesso da spiegare a chi non conosce il mondo dei concerti.”
A parlare è Arturo Magnanensi, che coordina tutti i reparti tecnici e artistici che contribuiscono alla realizzazione di uno spettacolo. Una definizione che, però, rischia di non rendere fino in fondo la varietà di quello che succede dietro le quinte. Il direttore di produzione è infatti una figura trasversale, che può trovare spazio anche negli eventi, nelle produzioni all’estero e in contesti molto diversi tra loro.

Il lavoro comincia molto prima del momento in cui il pubblico prende posto. C’è una lunga fase di pre-produzione, durante la quale bisogna trasformare un’idea in qualcosa che possa realmente esistere. Si lavora a stretto contatto con i creativi, cercando di capire che cosa hanno immaginato e, soprattutto, come riuscire a portarlo sul palco.
È un po’ come tradurre un linguaggio in un altro: da una parte ci sono le idee, dall’altra la loro realizzazione concreta. In mezzo, una macchina organizzativa fatta di persone e competenze diverse. Scenografi, macchinisti, fonici, tecnici delle luci, musicisti e molti altri professionisti devono essere coordinati perché ogni elemento arrivi al momento giusto e nel posto giusto.

E poi ci sono gli imprevisti. Quelli, nel mondo degli spettacoli, sembrano essere una certezza più che un’eccezione. Perché per quanto si possa programmare, uno spettacolo dal vivo conserva sempre una parte imprevedibile: qualcosa può cambiare all’ultimo momento, un problema può comparire quando tutto sembrava ormai risolto, una soluzione deve essere trovata in fretta. Ed è proprio lì che, forse, si misura una parte importante di questo lavoro.

Dietro la spettacolarità, insomma, c’è molta organizzazione e anche molta fatica.
Le giornate lavorative sono lunghe e la disponibilità a viaggiare è praticamente parte del mestiere. Non è una professione da immaginare soltanto sotto i riflettori: per ogni momento di spettacolo ci sono ore di preparazione, spostamenti e lavoro che il pubblico non vede. Ma è proprio questo uno degli aspetti che rendono il mestiere così particolare. Le esperienze cambiano continuamente, i luoghi anche, e ogni produzione porta con sé qualcosa di nuovo.

In questo percorso, Arezzo ha avuto un ruolo importante. La città ha un tessuto culturale e di eventi musicali molto vivo e, per i giovani, può essere un luogo in cui tentare di avvicinarsi al mondo della musica e dello spettacolo.

Ma cosa ci si porta dietro della propria città natale quando si comincia a lavorare anche lontano da casa? Secondo Arturo, gli aretini hanno un carattere e un modo di fare che, in certe situazioni, possono dare qualcosa in più: “Non è Milano, non è Roma: i nostri modi di fare sono più semplici, ma forse anche più operativi.” Un atteggiamento che, quando ci si confronta con persone provenienti da realtà diverse, permette di rendersi conto di quanto questa attitudine possa aiutare a creare legami più forti e concreti. Un modo di rapportarsi agli altri che, anche viaggiando e lavorando in contesti diversi, finisce per rimanere con te.

Guardando al futuro, Arturo si augura di poter insegnare ai giovani il proprio lavoro. Un mestiere che, però, non è semplice da trasmettere interamente: alcune competenze si possono imparare, mentre ci sono aspetti che arrivano soltanto con l’esperienza. L’empatia e una certa resistenza allo stress, per esempio, sono qualità che si costruiscono lavorando sul campo.
Se qualcuno, leggendo queste parole, sentisse la curiosità di provare, il consiglio è quello di buttarsi: “Provate e vedrete che, anche se non sarà la vostra vita, sarà comunque un bel ricordo.”

E ripensando agli anni del liceo, quando un professore, Paris, portava gli studenti a fare volontariato al Mengo, resta per Arturo un’esperienza molto positiva, che permette di entrare concretamente in contatto con un mondo che spesso i ragazzi conoscono soltanto dalla parte del pubblico.
“A volte gli studenti non conoscono la mole di professioni che compongono il mondo dello spettacolo”. Per questo sarebbe importante una maggiore condivisione di informazioni, soprattutto con i più giovani: far conoscere queste professioni significa anche permettere loro di avvicinarsi a un mondo che, altrimenti, potrebbe sembrare molto più lontano di quanto sia realmente. A volte, per scoprire una possibile strada, basta semplicemente avere l’occasione di provare.

di FRANCESCA CARRARA

IG: @artmagno

Franvesca Carrara
FRANCESCA CARRARA

Tosco-siciliana, laureata in Lettere Moderne, amante di Cesare Pavese, degli scrittori scorbutici e delle pagine che non ti lasciano andare. Vivo con un libro in una mano e una penna nell’altra – se in riva in una spiaggia, meglio ancora. Ho casa piena di libri da leggere e di diari da scrivere, ma soprattutto ho una vita piena di storie da raccontare.

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