Scroll Top

SPECIALE MENGO FEST 2026

Queste le interviste contenute nelle 8 pagine di Mengo Magazine 2026, inserto speciale di WEARE #39 
Alioscia Bisceglia dei Casino Royale
“La partecipazione a un festival credo ci aiuti a superare le inibizioni, a costruire un’alternativa alla normalità della vita quotidiana nella quale, dopo il festival, rientriamo, mi piace immaginare migliorati.”

Casino Royale è il suono della festa, del ritmo che mescola tribalismo e poesia urbana, è la musica che ascolta suggestioni che arrivano da ogni angolo del pianeta. Succede, dagli esordi strettamente legati allo ska revival nella Milano di fine anni ’80, al recente “Fumo”, prodotto insieme a Clap!Clap!
Aliosca la vostra band trova nel live la vera dimensione creativa. L’inizio del tuo rapporto con il palco risale a molti anni fa…
«Si, ero molto giovane, come gli altri ragazzi del gruppo, quando sono salito sul palco con i Casino Royale per la prima volta in un festival importante fuori dalla nostra città. Era Arezzo Wave. Ed è nata quella necessità, che continua ad accompagnarmi ancora adesso, dopo qualche decennio, di vivere il senso di comunità che solo un festival riesce a trasmettere.

È una maniera diversa di intendere l’incontro, di entrare in connessione con persone che non avevi mai visto prima, ma alle quali ti senti subito unito, perché la musica lavora in profondità e non ha bisogno di parole e di retorica per dimostrare il suo benefico effetto su tutti»
Il festival quindi ha, secondo te, un senso che va al di là del puro spettacolo?
«Ne sono convinto, ed è una finalità che cresce nel tempo. Da qualche anno l’Italia è diventata il luogo dei festival. Specie in estate, grazie alla musica, si è sviluppata una nuova maniera di intendere il turismo. Tantissimi, e non solo i più giovani, costruiscono l’itinerario della loro vacanza in base ai festival, modellano sui cartelloni la fruizione del loro tempo libero. Ed è un aspetto importante, per me molto affascinante, del quale le istituzioni dovrebbe tenere sempre più conto. Vai in un borgo, in un paese per ascoltare le tue band preferite e ti innamori del territorio, scopri straordinari patrimoni naturalistici, ma anche agro alimentari che costituiscono la ricchezza unica dell’Italia. Penso che quello della relazione con il turismo “diverso” sia uno dei grandi temi che riguardano il futuro dei festival.»
C’è, secondo te, un festival simbolo dell’evoluzione della cultura musicale pop in Italia?
«Secondo me, lo è stato il leggendario festival di Parco Lambro a Milano che si è svolto negli anni 70, perché in quelle occasioni, per la prima volta, i giovani in Italia hanno preso consapevolezza di quanto la musica fosse un fatto sociale, un linguaggio capace di interpretare, molto più di altre forme di espressione artistica, i cambiamenti che sono per l’aria. Ed è stato lì che si è avuta la percezione del concerto come rito che unisce tante persone che non si conoscevano. Sono esperienze storicizzate, certo, ma per me sono state, e sono ancora adesso, significative per la cultura del live, come noi Casino Royale la intendiamo.»
Cosa ci regala la partecipazione a un festival oggi?
«Credo ci aiuti a superare le inibizioni, ad abbracciare l’altro, ad aprirsi alla conoscenza e all’interazione con chi è diverso da noi. Insomma, a costruire un’alternativa, che duri poche ore o pochi giorni, alla normalità della vita quotidiana nella quale, dopo il festival, rientriamo, mi piace immaginare migliorati. Anche soltanto un poco. Quando la nostra musica riesce in questo, siamo davvero felici, significa che tutti questi anni trascorsi più sui palchi che non fuori è riuscita a parlare direttamente al cuore, siamo certi che avverrà anche ad Arezzo, nel nostro concerto al Mengo!»

In esclusiva, la playlist di Alioscia per Mengo Magazine: ecco i brani da ascoltare prima di un concerto dei Casino Royale!

Foto di Lorenzo Barassi

Ele A
“Il festival è un momento che va vissuto con intensità, può avere un impatto positivo sulla vita di ognuno ed è per questo che voglio trasmettere energia durante i miei!”

Arriva da Lugano l’ondata più fresca del rap cantato in italiano, grazie alla giovanissima Ele A. “Pixel”, il suo lavoro più recente intreccia in maniera indissolubile la consapevolezza sociale con il piacere di stare insieme, di credere nell’amicizia come valore insostituibile.
Ele A, ci racconti la tua prima volta ad un festival come spettatrice?
«Il mio primo festival in realtà è stato il MI AMI Festival di Milano nel 2022, anche come performer. Infatti dopo il concerto, che era nel tardo pomeriggio, sono andata con le mie amiche a vedere i vari artisti che si esibivano ed è stato molto emozionante, perché fino a quel momento era un sogno ed era strano per me pensare di esserne parte.»
Cosa rappresenta un festival per te? È solo una esperienza musicale o è anche altro?
«In generale penso che sia una bella opportunità per arrivare anche a persone che non ti conoscono. Di conseguenza è importante suonare al meglio anche se c’è poca gente lì per te, credo che questo sia molto importante.»
Nella tua carriera ricordi quale è stato e perché il festival più emozionante al quale hai partecipato?
«Sicuramente lo Sziget Festival di Budapest è stato molto intenso per me, perché già solo il fatto di viaggiare fino in Ungheria con la musica è un grande passo. Il primo e il secondo anno in cui ho suonato ero anche l’unica artista svizzera, una cosa che non avrei mai pensato. Poi prima e dopo i concerti ho avuto la possibilità di vedere artisti assurdi in palchi stratosferici ed è stata una bellissima esperienza.»
Vai ai concerti? Quali sono stati gli ultimi che hai visto?
«Sì, è la cosa che mi piace di più oltre che farli. In generale credo che sia un momento che va vissuto con intensità e so quanto è importante e quanto può avere un impatto positivo sulla vita di ognuno, motivo per cui tengo particolarmente a trasmettere energia durante i miei. Gli ultimi concerti che ho visto sono stati quelli a cui ho partecipato recentemente come ospite, sono stati tutti molto belli in particolare quello di Promessa ai Magazzini Generali a Milano. Sicuramente il prossimo che voglio vedere è Fakemink a Milano e quest’estate andrò a vedere PinkPantheress e altri al Montreux Jazz Festival.»
C’è stato un concerto al quale hai assistito che ti ha segnato? Che ti ha fatto pensare, “ecco, su quel palco vorrei esserci io” e un disco che al primo ascolto ti ha veramente segnato?
«Nel 2019 sono andata con le mie amiche al concerto di Calcutta a Lugano. Era il mio primo concerto in assoluto di un’artista che mi piaceva così tanto e avevamo fatto una colletta per regalare il biglietto ad un’altra mia amica che non poteva pagarlo quindi eravamo riuscite ad andare tutte insieme. Oltre all’esperienza condivisa, mi aveva fatto impressione vedere persone così diverse tra loro cantare all’unisono. Ho pensato che fosse una cosa bellissima e tuttora è così ogni volta, sia da sopra al palco che da sotto.»

Ascolta la musica di Ele A

Emma Nolde
“Su un palco, ogni volta è come se fosse la prima; sono sempre alla ricerca dell’esperienza unica, di quel momento magico nel quale io e il pubblico siamo un’entità indistinguibile…”

Giovanissima, cantante e pluristrumentista, Emma Nolde rappresenta il versante più riflessivo della vivacissima scena della nuova canzone d’autore italiana. Al nostro magazine ha raccontato gli esordi sul palco dietro casa e come si pratica l’improvvisazione guardando negli occhi il pubblico.
Emma, quale è il tuo primo ricordo legato a un festival che hai frequentato?
«Empoli, il posto dove vivo, è un luogo molto bello, ideale per scrivere, comporre, per fare il mio lavoro in assoluta concentrazione, senza essere distratta da altro. Musicalmente succede poco, ma, una volta l’anno, noi empolesi rispolveriamo l’orgoglio territoriale, del quale in genere ci interessa poco, perché ospitiamo il Beat Festival. In quella occasione ci sentiamo padroni di casa, felici di poter far conoscere i luoghi dove viviamo a chi viene da fuori. Perché la musica serve anche a questo. Un tramite per farci sentire parte di percorsi turistici che in genere non ci toccano. Lì è avvenuto il mio incontro con i concerti, con l’emozione del live, sin da quando ero molto piccola. Insomma, un’iniziazione ai festival casalinga.»
Iniziazione sia come spettatrice che come artista…
«Sì, io ho iniziato giovanissima, ero di quelle bambine che già sapevano che il loro futuro sarebbe stato sul palco. Facevo tutto da sola, nella mai cameretta a casa della nonna, dove potevo avere tutta la tranquillità necessaria per preparare bene il mio esordio, praticamente a pochi metri da casa, sul palco del festival. Ero un’adolescente emozionatissima, preparai il live con una meticolosità che non sapevo di avere. Avevo solo la chitarra e una piccola loop station quasi amatoriale, che pensavo sarebbe bastata e che riempii di tutto, ritmiche, suoni. Non avevo fatto i conti con le sue capacità limitate…»

Come andò?
«Ad ascoltarmi non c’erano più di dieci persone, i parenti stretti, qualche amico, ma, soprattutto, come avrei dovuto prevedere, la loop station impazzì, le avevo chiesto troppo, i ritmo erano fuori tempo, non reggeva i fraseggi della chitarra. Fu, involontariamente, un’esibizione psichedelica, sicuramente fuori dalle regole di un “normale” live, ma fu anche un’immensa soddisfazione essere salita su quel palco che è un simbolo di emancipazione culturale per noi empolesi.»
Da allora, una carriera nella quale di palchi ne hai frequentati tantissimi.
«Sì, e molto diversi tra loro. Ogni volta è come se fosse la prima, perché sono sempre alla ricerca dell’esperienza unica, di quel momento magico, e per questo irripetibile, nel quale io e il pubblico siamo un’entità unica, indistinguibile, ci muoviamo e respiriamo all’unisono. Solo allora so che quello che faccio ha un senso, che non è solo artistico.»
Da cosa ti accordi che la magia sta avvenendo?
«Dagli sguardi degli spettatori che incrocio. Io ho bisogno di guardare negli occhi le persone che vengono a un mio concerto. Per questo motivo chiedo che sul palco ci sia un impianto luci che non accechi l’artista, come quasi sempre succede, lo sa chi fa il mio mestiere. Preferisco un’illuminazione tenue, meglio rinunciare a qualche effetto in più, che alla possibilità di un dialogo visivo.»
Riesci a cambiare l’andamento di un concerto, se hai l’impressione che la magia della quale parlavi tarda a da arrivare?
«Ci provo ogni volta, per questo dicevo che i miei concerti non sono mai uguali. Succede, ad esempio, che la scaletta che avevamo preparato non vada bene per il posto dove siamo, e allora la modifichiamo in tempo reale, bastano poche parole scambiate tra un brano e l’altro con i musicisti che mi accompagnano. Oppure mi accorgo che non ho trovato le parole giuste per rivolgermi al pubblico, e ne cerco altre. Insomma, non siamo una jazz band, ma il livello di improvvisazione che spesso raggiungiamo è molto alto. D’altronde, se non avessi dimestichezza con l’improvvisazione non mi sarei salvata dalla loop station impazzita tanti anni fa sul palco di casa!»

Emma Nolde Playlist per Mengo Magazine

Massimiliano "Ufo" Schiavelli degli Zen Circus
“Devo tutto ai festival, al loro farti sentire parte di una festa collettiva... Ho imparato ai festival a costruire la relazione con il pubblico, a fare dell’onestà, della sincerità, la vera forza della proposta artistica.”

Arrivano al Mengo, sull’onda del successo del loro disco più recente, “Il Male” gli Zen Circus, la band che meglio di tutte in Italia ha portato lo spirito del punk ad un pubblico sempre più vasto.
Un album senza compromessi, che racconta le cose con il loro nome e che conquisterà gli spettatori del Mengo in un live che si annuncia, come sempre con loro, travolgente.
Ufo, quanto ha contato frequentare i festival per la tua formazione come musicista?
«Devo tutto ai festival, al loro farti sentire parte di una festa collettiva, un rapporto con la musica diverso da quando nella cameretta ascoltavo i dischi dei miei artisti preferiti. Ho imparato ai festival a costruire la relazione con il pubblico, a fare dell’onestà, della sincerità, la vera forza della proposta artistica.

Non puoi mascherarti dietro le macchine dello studio di registrazione. Se ancora ha un senso per utilizzare un’espressione ormai poco usata come “autenticità”, lo devo ai festival.»
Uno su tutti?
«Pistoia Blues, che ho iniziato a frequentare da giovanissimo. Ricordo la prima volta, era il 1988, avevo 16 ed ero alle mie prime esperienze musicali fuori casa. Quello che mi colpì subito, ancora prima della qualità della musica che gli artisti proponevano, era la sua potenza, il muro di casse che dominava il palco, che sembrava il vero protagonista della performance. Fui travolto da un’energia che non avevo mai conosciuto prima. E penso che lo spirito punk che ancora adesso caratterizza gli Zen Circus venga proprio dalla mia presenza a quel festival.»
Ricordi gli artisti in cartellone?
«Il meglio del blues, da quello tradizionale a quello moderno. Da Ron Wood con Bo Diddley alla reunion della Blues Brothers Band. Un universo del quale percepivo la forza, ma nel quale non ero mai entrato. E fortunatamente non ne sono ancora uscito.»
Cosa pensavi mentre la Blues Brothers Band suonava?
«Mi immaginavo sul palco, a duettare con loro. Era un desiderio fortissimo. Come loro nel film rimettono insieme la band, io volevo formarne al più presto una e vivere come loro. E quando entrai negli Zen Circus fu per me la concretizzazione di quel pensiero.»
Tante emozioni in una sola serata.
«E non era ancora finita. A un certo punto arriva sul palco Rufus Thomas. Fu una visione, non sapevo più se avevo di fronte una persona reale o il frutto della mia immaginazione. Si presentò con la statura e l’autorevolezza di un re, almeno così mi apparve. Troppi stimoli tutti insieme per un ragazzo; ero diventato dipendente dal rock’n’roll, dal suo linguaggio del corpo, dalla sua sensualità.»
Perché un festival non è solo uno spettacolo musicale…
«Lo capì subito, era una maniera di vivere e me ne innamorai follemente. L’ho poi percepito tantissime altre volte, penso a concerti magnifici ai quali ho avuto la fortuna di partecipare, penso all’intensità dei CCCP e dei Madness, per citare due gruppi molto diversi tra loro dei quali ho amato i live. È un dono magnifico, l’esistenza rock, che da allora mi accompagna su ogni palco che ospita un concerto degli Zen Circus. Ve ne accorgerete durante il nostro live al Mengo!»

Ufo consiglia, in esclusiva per Mengo Magazine… La musica da ascoltare prima di un concerto degli Zen Circus

Boosta dei Subsonica
“Provavamo la sensazione di sentirci parte di un movimento che voleva cambiare la musica italiana… I festival sono anche questo, luoghi dove il fattore umano e quello artistico sono strettamente connessi.”

Trent’anni di carriera festeggiati di recente con una serie di concerti nella loro Torino e adesso il live attesissimo al Mengo. Boosta dei Subsonica ci svela quali sono stati i suoi concerti della vita.
Boosta, avete da poco festeggiato con una serie di appuntamenti dal vivo i vostri primi trent’anni. Cosa rappresenta per te l’esperienza del festival?
«Il mio rapporto con la musica dal vivo è iniziato quando ero giovanissimo, avevo 13 anni e andai al Palasport di Torino ad ascoltare Ray Charles. Uno spettacolo che mi travolse per l’intensità, ero piccolo, non sapevo cosa ne sarebbe stato della mia esistenza, ma quelle canzoni venate di romanticismo e di malinconia entrarono nella mia anima. Indimenticabile. Forse è stato lì che ho pensato alla musica come vita.»

C’è, pero, un festival al quale i Subsonica sono particolarmente legati?
«Sì, perché è stato lì che siamo diventati quello che continuiamo ad essere ancora adesso. Il leggendario MTV Day fuori dai cancelli del parcheggio dove si teneva il concerto degli U2 a Reggio Emilia nel 1997.  La nostra prima volta di fronte ad un pubblico che sino a quel momento nemmeno riuscivamo a immaginare potesse venire ad ascoltarci. Ma ricordo anche le tante amicizie che abbiamo stretto, finalmente provavamo la sensazione di sentirci parte di un movimento che voleva cambiare la musica italiana e credo ci sia riuscito. Lì abbiamo conosciuto, per fare solo un nome, i 99 Posse, con i quali è nato un rapporto meraviglioso, che continua. I festival sono anche questo, luoghi dove il fattore umano e quello artistico sono strettamente connessi.»
Cosa successe dopo?
«Successe che MTV inglese contattò MTV Italia perché erano entusiasti della nostra performance e volevano un nostro video da mettere in rotazione. Ma noi non avevamo nessun video, non ci avevamo pensato, non era un investimento previsto. Fu proprio MTV Italia a chiederci di girare in fretta un clip perché lo aspettavano i colleghi inglesi. Da lì è iniziato tutto.»
Come fu l’impatto con il pubblico?
«Partimmo con “Come se”, primo brano del nostro primo disco, e ricordo solo che le mani tremavano, un tremore fortissimo. C’è una inquadratura delle riprese live del concerto che impietosamente si sofferma su quel dettaglio che, da solo, basterebbe a raccontare quale fosse in quel momento il nostro stato d’animo. È stato l’inizio di un sogno che dura ancora oggi.»
Dopo Ray Charles la tua passione per i concerti è continuata.
«Certo, io ero e sono un appassionato di musica, non è solo un lavoro. Ascolto di tutto, anche dal vivo. Ricordo, tra i tanti concerti ai quali sono andato da giovane, i Blues Brothers, Paolo Conte e i Dream Theater, difficile avere gusti che spaziano più di così. Sono una persona molto curiosa.»
Nel corso della vostra avventura artistica, dopo quel concerto durante gli MTV Day avete suonato ovunque e in tantissimi paesi. C’è un live in particolare che ha segnato la carriera dei Subsonica?
«Indimenticabile l’esperienza allo Sziget Festival a Budapest dove abbiamo aperto il concerto degli Iron Maiden, a proposito di intrecci tra diversità sonore. Trascorrere del tempo nel backstage a chiacchierare con loro e poi, per fare solo un nome tra i tanti artisti che abbiamo incontrato, con Johnny Marr, basta da solo a rendermi felice del lavoro che faccio!»

Boosta presenta: Subsonica Playlist per Mengo Magazine. I brani da ascoltare prima del concerto dei Subsonica

Foto di Ivan Cazzola

Related Posts