Ho fatto un sogno. Sono in mezzo a tante persone sotto una struttura fatta di piccoli ramoscelli di legno e mi rendo subito conto che tutti si aspettano che sia io a pilotare la struttura, mi accorgo grazie ad una inquadratura fatta dall’alto che si tratta di un grande ragno che io deve muovere, ramoscello dopo ramoscello. Mentre sono intenta, come un burattinaio, a manipolare il grande ragno qualcosa si muove. Improvvisamente un piccolo ragnetto vero si stacca dalla struttura e velocemente si allontana. Una parte “viva” rompe il gioco della rappresentazione. Qualcosa di autentico sembra nascere.
Della nostra prima seduta ricordo gli occhi e le mani. Uno sguardo fisso e distaccato al tempo stesso, e mani fredde di un freddo paralizzante. L’ho ascoltato per mesi parlare della sua tendenza a procrastinare, ma quello che stavamo procrastinando entrambi era l’approfondire. Sentivo di non poter andare oltre, lo stavo proteggendo e inconsapevolmente stavo proteggendo me. Non sapevo da cosa, ma sentivo che era presto, non era il momento e lasciavo scorrere le sedute. Lui metteva in scena la parte del paziente con difficoltà in contesti quotidiani, io quella della terapeuta pronta a stare su quello che lui mi portava. Difficilmente saltava una seduta. Facevamo i nostri sessanta minuti e ci salutavamo. Ero contenta di saper attendere, ma sentivo anche fastidio ed insoddisfazione. C’era altro, tanto altro. Ma non avevo la chiave e l’unico modo per ottenerla era aspettare. Avevo fretta di capire ma sapevo di dover rallentare proprio per questo. Poi ho fatto quel sogno.
“Io sento che stiamo in superficie, che stiamo evitando qualcosa.” – ho detto.
“Se è cosi, io non so di cosa si tratta.”
“Non lo so, è la mia sensazione, proviamo a capirlo insieme se ti va.”
Da quel momento, da quella rottura, che avevo timore potesse spaccare un’alleanza, Marco ha lasciato a casa l’attore ed ha portato in studio l’uomo. Ha tirato finalmente fuori le sue fragilità, i suoi sensi di colpa. Il suo sguardo ha iniziato a parlare, ha iniziato a raccontare di emozioni negate, di sentimenti gestiti male, di una ricerca di sé estenuante e senza risultati.
Si è rotta una recita. E nel momento esatto in cui ho sentito il rumore del frantumarsi di quei ruoli, ho sentito chiaramente le finzioni della mia di vita. Da quel momento tutto è crollato e tra le macerie io ho capito cosa dovevo fare.
La psicoterapia è un viaggio che si fa in due.
È una dimensione dove spazio e tempo sono sospesi.
Dove si entra e si sta.
“Che forma daresti al nostro viaggio?”
“Una forma triangolare.”
Quel triangolo è tatuato nel mio braccio a ricordarmi l’importanza di questo viaggio.
Siamo partiti. Siamo stati. Siamo diventati.
Lui autentico. Io reale.
A cura di Benedetta Ricci | Psicologa Psicoterapeuta Ipnoterapeuta
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