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"SbArezzo": testimonianza e disagio di un ex aretino

Nel mese del Pride abbiamo deciso di pubblicare queste parole proprio per lasciare spazio a una voce autentica che invita a riflettere

Ogni tanto in redazione arrivano testi che chiedono semplicemente di essere ascoltati. Quello che segue ci è stato inviato da una persona nata e cresciuta ad Arezzo che oggi vive all’estero. È una testimonianza personale, a tratti dura, che attraversa temi come il senso di appartenenza, la solitudine, la salute mentale, la difficoltà di trovare il proprio posto nel mondo e il rapporto, spesso complesso, con la terra in cui si è cresciuti. Conosciamo l’identità dell’autore, ma abbiamo scelto di rispettare il suo desiderio di restare anonimo.
Nel mese del Pride abbiamo deciso di pubblicare queste parole senza aggiungere interpretazioni o commenti, proprio per lasciare spazio a una voce autentica che invita a riflettere su quanto possa essere difficile il percorso verso l’accettazione di sé e la costruzione della propria felicità.

Buona lettura.

Sono nato ad Arezzo nel ‘97. Questo vuol dire che io i leggendari «tempi d’oro» non li ho mai visti. Sono cresciuto in provincia, in una situazione di abuso e isolamento. Feci il periodo di asilo fondamentalmente da solo con mio nonno chiuso in casa, poi materna in provincia ed elementari alla Curina, dove andavano i bambini del villaggio Dante e quelli coi genitori con troppo da lavorare per potersi permettere di lasciare i figli per meno di 8 ore a scuola. Mi ricordo che tanti facevano pure più tempo, me compreso, lì dentro. Come le bestie, senza struttura, tenuti a minima spesa e a minimo sforzo. Altri andavano al ciack. Mi chiesero di andarci pure io ma nessuno mi spiegò mai che roba era e già avevo la testa piena di ansia e rifiutai. In tutto questo buttato in un’infinità di pratiche sportive per brevi tratti, una situazione che rendeva difficile un’integrazione in qualche gruppetto di amici o la creazione di qualche legame. Già andavo male in matematica.
Come portato dal vento finii al musicale al Colonna. Sulla base di cosa questa decisione fu presa non l’ho mai saputo, in retrospettiva un posto molto strano. Le medie non possono essere che un posto strano.
A questo punto sorvoliamo 3 anni infernali dove le mie deficienze sociali e fragilità emotive furono inesorabilmente messe alla luce. Sulla carta non aveva senso che avessi tutte le difficoltà che avevo. La verità che è ero neurodivergente e senza nessuna rete di supporto. Sto scoprendo ora a 29 anni suonati come gestire la guerra che la mia testa mi ha fatto costantemente gran parte della mia vita, in un sistema sanitario estero.

Passato l’incubo fu il tempo delle superiori che per evitare che sia troppo palese (la mia personalità era eccentrica e pure la mia condotta, in senso negativo) chi sono resterà narrata in termini vaghi.
Sono bocciato due volte. La prima in prima, un classico. Ansioso, diffidente, insicuro e terrorizzato. Caotico in classe per coprire tutto, menefreghismo una fede, tipo la roccia che regge la spada.
Ribocciato in terza per le troppe insufficienze, ero scarso ad altro oltre la matematica e affini. Avevo scoperto sigarette, ganja e alcool in quest’ordine e finalmente la testa mi stava zitta, il tipo di soluzione a breve termine che ci si può aspettare a partire dai 16 anni.
Allora: io sono nato presto nell’anno, che vuol dire che ero sempre più grande di tutti gli altri con cui andavo a scuola. Se poi ci metti le due bocciature io sono uscito dalle superiori a 21 anni.
Vedete voi. Poi la triennale al Pionta, al campus dell’UNISI reduce da un incidente che pure mi tengo per me ma in sintesi avevo preso una botta in testa che avrebbe dovuto essere seguita da un medico e non lo fu. A nessun punto fu mai eseguita alcun tipo di perizia e io non mi ricordavo le cose e ero un’ombra di me, assente. Per la fortuna di chi sta a leggere sto pippone io dopo l’incidente non mi ricordo niente per la maggior parte. Per anni.
Come studente già ero svantaggiato dalla mia condizione mentale e dall’handicap dell’incidente e pure quasi galleggiavo sulla soglia dei crediti per stare in pari e i coviddi furono la fine della mia esperienza universitaria. Non ci misi mai più piede fino alla rinuncia agli studi, decisione idiota e guidata più dalla nevrosi che da qualsiasi altra considerazione.
Dopo una serie di lavori di ogni genere eccetto dignitosi mi presi i miei risparmi e lasciai Arezzo e l’Italia, lasciai l’unico posto dove ho mai vissuto.
Ho avuto persone al mio fianco che ancora fanno parte del mio quotidiano nate e cresciute tra Foiano e Capolona, e pure tanti altri che sono andati e venuti. Tanto del mio malessere è derivato dalla mia incapacità di comunicare, non sarebbe corretto da parte mia incolpare la cultura cittadina o la scena sociale aretina per la mia alienazione.
Arezzo oggi è una memoria e una settimana o due all’anno pure un posto. Esiste ma non lo vivo però me lo porto dentro. È strano quello che ti succede quando molli tutto ma avevi radici corte. Quando non sei libero di essere felice. Cambiano meno cose e diverse da quelle che immagini.
Vivo all’estero, ho provato a lasciare alle mie spalle tanto dolore.
Un buon Pride Month a tutta la redazione.

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