Giulio Bonicelli è un trentasettenne aretino, lavora come editore a Firenze ma coltiva un solo scopo: la massima gloria terrena in ogni ambito della vita pubblica. Si recherà dunque a Roma dove, tra salotti intellettuali, aule accademiche e alte sfere politiche, metterà in atto ogni stratagemma possibile per la sua trasognata ascesa. Bonicelli, uscito lo scorso novembre per i tipi di Albatros, è l’esordio letterario di Emanuele Mariani, classe 2004, che ha scelto di presentarsi al pubblico con una commedia salace, frutto di tanta meticolosità e di uno sguardo attento alle sue massime fonti di ispirazione: il teatro e il romanzo satirico. Il giovane autore non ama parlare di sé ma non riesce tuttavia a nascondere la sua certezza: “Scriverò per tutta la vita. Amo scrivere seguendo un lavoro artigianale, un’attività da orologiaio quasi, stando attento a ogni dettaglio e concentrandomi su ogni sfumatura.”
Esordire con un testo teatrale è stato un caso o una scelta calcolata?
«Il teatro mi ha sempre appassionato sin da bambino e ho iniziato a leggere letteratura un po’ più alta con il teatro. Lo amo soprattutto per la sua essenzialità, il fatto che tutto si veicoli esclusivamente attraverso le parole. Penso che la lettura teatrale sia di grande valore, il lettore si ritrova davanti ai personaggi senza la mediazione di un narratore né di una rappresentazione e ha la possibilità di penetrare nell’animo del personaggio e di attuarne la sua interpretazione. Bonicelli incontra molti personaggi tipici dell’Italia contemporanea e ognuno di questi si esprime con un proprio linguaggio realistico, volutamente grottesco, che ne smaschera le meschinità e le piccole falsità. Sicuramente non escludo l’idea di una futura rappresentazione e anzi mi farebbe piacere esserne regista, non per volontà di onnipotenza autoriale che voglia Kubrickianamente controllare ogni sfumatura ma per poter scegliere quel preciso linguaggio da utilizzare per ogni personaggio.»
Il titolo della commedia è semplicemente il nome del protagonista, Bonicelli. Perché questa centralità già a partire dal titolo?
«Si tratta di un’opera incentrata su un personaggio assolutamente egocentrico, vanitoso, ossessionato dall’idea della gloria: ogni atto di compiacenza, qualsiasi forma di ossequio, di riconoscimento personale nei suoi confronti è fondamentale per lui. Il titolo non poteva essere che il suo stesso nome. Il nome di battesimo è tanto più eloquente, Giulio; egli sogna una gloria cesariana in ogni ambito: imprenditoriale, editoriale, letterario, politico e del controllo dei mass media, più che un piano il suo è un delirio. Ho voluto raccontare questa avventura grottesca e rocambolesca in tutte le sue azioni realistiche e possibili: ogni mossa scacchistica che compie Bonicelli si svolge senza alcun deus ex macchina né stratagemma forzato o forzoso. Passo dopo passo il protagonista ci arriva in modo assolutamente legale e realistico. Non lo vediamo disperato, non c’è morale Faustiana su cosa egli provi nell’ascendere, lo vediamo ascendere e basta.»
Il testo vuole essere una critica all’arrivismo tipico della società contemporanea?
«Su questo mi sono ripromesso di non fare parola. Il testo è scritto in modo assolutamente distaccato. Detta così è già un’illusione, diciamo però che non contribuisco ad aggiungere alcuna parola in più che possa suggerire un’interpretazione, il lettore può trovare in Bonicelli la massima rappresentazione dei suoi sogni più segreti o la messa in ridicolo degli stessi sogni suoi o della società. Egli ammette alla sua fidanzata, figura più sensibile e in disaccordo con le sue ossessioni, che per quanto rischi di sembrare ridicolo dentro alla popolarità si trova “come in una vasca di latte caldo”. A lui interessa solo ciò che gli altri dicono di lui e se lo sente direttamente è tanto più contento. Non crede nemmeno ci sia bisogno di un’eredità di ciò che lui fa, l’importante è che lui oggi possa sentire di essere visto e di essere applaudito.»
Qual è stato il rapporto tra un giovane esordiente come te e il mondo editoriale italiano?
«Ho avuto un ottimo rapporto con la casa editrice e ho potuto conoscere altri giovani autori. Penso che l’editoria, vista come letteratura di consumo, rischi di pubblicare sempre meno opere di alto valore letterario anche tra i romanzi, che rimane il genere dominante. Con il teatro è ancora più difficile: tra i più alti momenti della storia letteraria il teatro è stato protagonista e anche se non è molto di moda la lettura teatrale autonoma, penso che dare spazio a più testi teatrali di autori più o meno giovani possa permettere a molte opere di valore di essere rappresentate e il teatro italiano potrebbe rifiorire, aldilà dei grandi classici sempre rappresentati. A me sembra che in altri paesi europei ci sia consapevolezza e orgoglio per la propria tradizione teatrale, mentre qui in Italia si tende a considerare i nostri importantissimi autori al massimo come sapere scolastico o esclusivo.»
di GABRIELE MARCO LIBERATORI
IG: @emanuele_marianii
Laureando in lettere antiche, chitarrista dall’animo rétro, cultore di teatro e storia dell’arte. Ritengo che la conoscenza dell’espressione e del pensiero umani sia l’unica chiave per elevare il nostro spirito.. Il mio motto è “E l’omo vive”, perché non c’è buona speculazione intellettuale senza un calice di rosso e un piatto di leccornie regionali.



















