Jacopo Bucciantini è uno di quei giovani, coraggiosi artisti che ha scelto di investire sul suo territorio; quando non è in giro per l’Italia o per l’Europa, infatti, la sua cinepresa è al servizio delle comunità tra Castiglion Fiorentino, dove è nato, e Perugia, dove attualmente vive e lavora come direttore della fotografia e regista. Anche il suo contributo per Un Monte di Cinema sposa questa causa: portare le persone al cinema e portare il cinema alle persone.
Come si coniuga il tuo mestiere alla vita di provincia, lontana dalle grandi produzioni?
«Stiamo vivendo un momento di crisi per l’arte e la cultura in generale. Per quanto riguarda il cinema, la critica di un certo tipo di politica e di pubblico è che ci sono modelli di business che sono controproducenti, perché vengono finanziati film che poi non riescono effettivamente a ottenere un riscontro sufficiente a creare un utile. Io sto provando a ottimizzare al massimo le risorse disponibili, con piccoli budget che consentano a tutti quanti di guadagnare all’interno della squadra e di lavorare sulla provincia cercando di mantenere una qualità competitiva. Concettualmente facciamo un cinema di provincia che non rispecchia le classiche logiche di produzione, magari lavorando meglio in meno persone o investendo su tecnologie che abbiano un costo di ammortamento minore. Mi preme ricordare Piero Torricelli, che ci ha lasciati l’anno scorso, che aveva ideato il Tetti Rossi Film Festival sulla scia di questa filosofia.»
Si tende spesso a colpevolizzare un pubblico poco interessato al “cinema impegnato” ma tu non l’hai fatto.
«Sicuramente c’è un problema di educazione all’arte e non si tratta di un problema recente: c’è stato un momento in cui si è deciso che era il caso di dividere la scienza dall’umanesimo. Come effetto collaterale si è cominciato anche a distinguere cultura e umanesimo come otium e la parte scientifico-economica come quella lavorativa, professionale. Questa discrepanza che si è creata ha generato nel tempo sempre meno rispetto per le attività artistiche e ha portato a una mancanza di principi astratti molto grave, si parla pensando di sapere qualcosa però non la si sa definire davvero. Il pubblico non ha una colpa in sé, ma la colpa è di un sistema che non sa dare al pubblico di certe grammatiche utili per poter godere di un cinema meno immediato. Quello che manca non è tanto l’educazione ma la spiegazione del perché semplicemente questo può dare qualità maggiore al nostro tempo. Io facendo questo lavoro capisco di fare qualcosa di estremamente piacevole con il mio tempo.»
Come si arriva a vivere della propria passione, in questo caso il cinema?
«Mi sono un pochino lasciato trasportare dagli eventi ma Seneca diceva anche che “non c’è evento favorevole per il marinario che non sa dove andare”. Ho sempre amato il cinema sin da bambino e nel mio passato di musicista mi divertivo a fare videoclip e fotografie per i gruppi. A quattordici anni invece, per fare due spiccioli, montavo i telegiornali di una rete privata. Queste piccole competenze tecniche sono entrate in un set abbastanza grosso nel 2014, dove ebbi una serie di mansioni legate alla commissione creativa di una docufiction. È stato importante l’incontro con Romeo Conte che ha apprezzato la mia capacità organizzativa e mi ha preso sotto la sua ala per farmi fare lavori di produzione come assistente e produttore esecutivo di corti, spot e anche di festival che organizzava. Nel frattempo cominciò anche a chiedermi di partecipare come operatore e infine come direttore della fotografia in un documentario su Carlo Monni che uscirà a breve, postumo ahimè. Il direttore della fotografia è una figura richiesta quindi ho continuato. Per molto tempo non ho mai avuto una direzione precisa, un’idea chiara di cosa dovessi andare a fare, ho continuato a seguire un po’ fattori che erano più forti di me. Quello che ci vuole sono un po’ di coraggio, follia, cazzimma, non aver paura di non avere lo stipendio fisso e poi la fortuna di trovare le occasioni giuste. Infine non si può mai smettere di studiare, continuamente.»
Come nasce la collaborazione con Quinto Quarto per Un Monte di Cinema?
«Non sono mai stato amante dei festival, li trovo stressanti come attività organizzative e spesso molto sotto organico. Sono stato vice direttore artistico di “SaFiTer”, in Puglia, mentre in questo momento sono direttore artistico del “Prato Film Festival”. Nel frattempo stiamo andando avanti con “UFF” (Underground Film Festival), che ha funzionato molto per la grande partecipazione di professionisti dall’estero. L’associazione Quinto Quarto mi ha contattato inizialmente come direttore artistico di questa rassegna ma ho dovuto rifiutare l’incarico partecipando solo come consulente esterno. Il format è molto semplice, consiste nella proiezione di film spassionata che speriamo diventi corale e virtuosa. La mia idea è stata quella di dare qualche consiglio sulla base delle risorse di cui disponevano e su scelte che coniugassero impegno d’autore e intrattenimento. Abbiamo creato un programma che è partito ad aprile e che comprende film sia molto famosi sia meno visti ma molto belli. Tengo molto a questo evento per la sua missione sociale e ho voluto aiutare così, lasciando loro la paternità del progetto e il taglio artistico, senza volermi imporre nelle loro scelte.»
di GABRIELE MARCO LIBERATORI
Credits Simone Grazzi
IG: @mr_bouch
Laureando in lettere antiche, chitarrista dall’animo rétro, cultore di teatro e storia dell’arte. Ritengo che la conoscenza dell’espressione e del pensiero umani sia l’unica chiave per elevare il nostro spirito.. Il mio motto è “E l’omo vive”, perché non c’è buona speculazione intellettuale senza un calice di rosso e un piatto di leccornie regionali.



















