Rock fluido

Avvertenza prima della lettura: l’intervista da cui è stato estrapolato il seguente articolo si è conclusa con un ignorantissimo vodka & chinotto senza ghiaccio condiviso dalla gent.ma band denominata Sycamore Age, ma l’articolo stesso non è stato scritto sotto l’effetto di tale bevanda dalla dubbia legalità (forse…).
Ok, mi sono divertito a sviare in faciloneria con questo inizio da post cantinaccia, ma chiariamo, ché qui c’è da presentare degnamente in patria un gruppo mica da ridere: andando ad ascoltare i Sycamore Age, se vi aspettate dei punk da tre accordi urlati, rimarrete belli spiazzati. A ben vedere, rimarrete spiazzati in ogni caso, qualsiasi cosa vi aspettiate. Il loro rock (sì, questa tratteggiatura di base la si può azzardare) si colora attingendo da una tavolozza inesauribile, generando suoni non etichettabili e trascinanti.

Farsi trasportare è il senso, non certo inquadrarne la nomenclatura, comunque sì, c’è anche l’attitudine punk, tra le molteplici che compongono il loro patchwork sonoro. Accanto, strumenti classici e provenienti da ogni angolo del mondo, pianismo e tastierismo debordanti, deviazioni prog, tempi dispari alternati a costrutti più immediati, acustica elettrica ed elettronica perennemente aggrovigliate, cantati ora eterei e sognanti, ora squarcianti trapani con punta da anima; improbo riuscire ad elencare tutto, suicida lanciarsi a definirli. Parola dunque ai cinque:
Per orientare, ci rifugiamo nelle definizioni Art rock, o Alt rock, un calderone che può racchiudere la nostra varietà di strumenti ed espressiva. Ci hanno dato dei folk prog, addirittura dei gipsy punk! La realtà è che avere più identità musicali ci piace e ci diverte. I nostri paletti sono più che altro emozionali, ma portiamo anime musicali totalmente diverse, per ascolti e formazione, che amiamo contaminare e far convivere.

La band parla con un’unica voce, insensato specificare chi dice cosa. Sono tutti presenti, incisivi e diversi i timbri assorbiti dal mio registratore, che però risputa un sound armonioso ed univoco anche su una chiacchierata collettiva. Il parallelismo con ciò che accade nella loro musica è illuminante.
Un rock fluido, da moto perpetuo, in perenne viaggio tra i sottogeneri e le commistioni con altri mondi, attingendo da ogni fonte.
L’incedere della musica dei Sycamore Age è incalzante e disorientante, con incursioni melodiche su sfondi cupi come bagliori insperati, tempi variati ed alternati in un mulinello di intrecci sonori che sono materia da musicisti di qualità.
Don’t try this at home: è per pochi mettere in moto l’interiorità con turbo e freno a mano perennemente in alternanza ma saldamente tra le dita. Il viaggio è tumultuoso, non sempre lucido: di quelli belli, quindi.

Sonorità e vocalità sono in costante sospensione, ma tutt’altro che intangibili. Gravitando e fluttuando, arrivano sciami di meteoriti in faccia.
Un po’ confusi? Per certi versi, così dev’essere. Ricordate? Lasciarsi trasportare, senza inquadrare e inquadrarsi. L’ideale è farlo ascoltandoli anche dal vivo, dimensione in cui questo viaggio sonoro si fa scambio. La dimensione in cui le canzoni prendono aria, fuoco, quota, per poi penetrare orecchie ed anima senza più andarsene.

La band ha sempre avuto una doppia anima, una nutrimento dell’altra: da una parte un forte legame con la dimensione pacata e riflessiva del lavoro in studio, dall’altra l’espressione più muscolare e selvaggia della performance live. Nel nostro studio di 13 m2, la dimensione intima ci induce ad avere un pensiero compositivo minimale, a volte iniziando la lavorazione con strumenti quasi giocattolo. Una molla che si e ci carica, pronta a scattare quasi come uno sfogo, quando andiamo poi ad eseguire quegli stessi brani dal vivo. Anche il tipo di musica che creiamo, per varietà di colori e complessità, porta poi ad aprirci ed aprirsi a strumenti in mano, con spazio per esplosioni di libertà. Dare nuova vita ai pezzi, risuonandoli con letture sempre diverse, è un nuovo processo creativo a cui non rinunceremmo mai.
Dopo Castaways, uscito con Woodworm nel 2020, e miracolosamente molti live (anche in terra d’Arezzo) nonostante il periodo tremendo, stiamo lavorando su qualcosa di nuovo, che riesca a far collidere su disco le nostre due anime: quella più cerebrale e quella più fisica, da palco. La gestazione sarà sicuramente articolata e imprevedibile in termini di tempistiche, come sempre accade vista la quantità di influenze e istinti che portiamo in studio nel processo compositivo. Una gran ricchezza sicuramente, ma in partenza anche una gran confusione da mettere in ordine lavorando e suonando insieme. Oltre alle nostre già disparate sensibilità, poi, nel cercare l’anima di un nuovo pezzo teniamo anche sempre presenti le vibrazioni emozionali che vogliamo evocare in chi ascolterà. Un continuo scambio di energia nella ricerca, col pubblico come ulteriore membro di un momento creativo già di per sé complesso, ma proprio per questo in linea con ciò che vogliamo fare con la nostra musica: donare esperienze sonore trasformative mettendo tutti noi stessi con totale sincerità, esperienze che smuovano dentro chi ascolta tanto quanto chi suona. Possiamo farlo liberamente grazie alla natura totalmente indipendente di questo progetto musicale.

Il ritmo produttivo è sicuramente meno serrato e il procedimento più ondivago e lungo, ma certamente vero. Vivo. Per un ultimo scorcio chiarificatore sullo splendido caos ordinato che dà vita alla musica dei Sycamore Age, è in questo caso d’obbligo il più classico dei giri nome/strumento in stile musicomani anonimi. Solitamente, il momento più noioso di un’intervista, da smarcare nel giro di due parole a mezza bocca. Qui, una caleidoscopica istantanea da riportare fedelmente, a raffica, per dare un’idea tangibile dell’universo di contaminazione musicale che si può scoprire seguendo la band aretina.

Stefano Amerigo Santoni: chitarra elettrica, basso, bouzouki, percussioni, theremin, macchina fotografica. Francesco Chimenti: piano, violoncello, corde vocali, transenne dove se ne trovano, quadrello, basso, chitarra. Franco Pratesi: fischietto da arbitro, kazoo, violino, synth, piano e tastiere. Daniel Boeke: clarinetti, corde vocali, zoccoli di capra, darbuka, racchette da ping-pong, triangolo, cembalino, basso, frusta, conchiglia-corno. Luca Cherubini Celli: batteria e percussioni, entrando in corsa nel gruppo dopo esserne stato primo fan; tirato via come nessuno dalla musica dei Sycamore Age al punto da esserne tirato dentro.

Di Luca che può farsi trascinare a tal punto ce n’è uno solo, ma vale comunque decisamente la pena mettersi con cuore ed orecchie sulla scia della band più indefinibile della nostra provincia, gettandosi tra i folli passi di un viaggio sonoro in cui, come nella vita, non conta la destinazione ma il saliscendi emozionale lungo il viaggio stesso. Un viaggio guidato da cinque musicisti eclettici e bravissimi, perfetti condottieri dalla rotta tortuosa che hanno trovato nel progetto Sycamore Age uno spazio libero in cui esprimere la propria multiformità artistica e navigare senza confini, da apolidi musicali a note in spalla.

di ALESSIO FRANCI
Credits Stefano Amerigo Santoni

IG: @sycamoreage

ALESSIO FRANCI

Innamorato di ogni applicazione del linguaggio, dipendente dal bello e dal buono. Osservo, rifletto, pungo, vivo. Mi muovo per il mondo senza filtri e senza la pretesa di trainarlo, col solo obiettivo di interpretarlo ed apprezzarne le armonie e le sfumature.

Post Correlati