“Ma quanto è difficile?” La domanda è nata spontanea osservando un allenamento di wheelchair tennis al Tennis Giotto di Arezzo. Sono bastati pochi minuti per capire che dietro ogni scambio c’era uno sforzo enorme: spinte continue sulla carrozzina, cambi di direzione, recuperi e colpi giocati senza un attimo di pausa. Eppure, guardando gli atleti in campo, la fatica sembrava passare in secondo piano. A emergere erano soprattutto il sorriso, la determinazione e la voglia di stare insieme.
È da qui che parte la storia di Giacomo Grazi, maestro del Tennis Giotto e responsabile di un progetto che negli ultimi anni ha trasformato il circolo aretino in uno dei principali punti di riferimento del wheelchair tennis nel Centro Italia: “A me questa esperienza ha cambiato il modo di vedere la vita. Ti arrabbi meno, dai meno peso alle cose. Vedere persone che fanno chilometri per allenarsi tre ore tra campo e palestra e che poi tornano a casa con il sorriso ti fa capire che nella vita si può superare davvero tanto.”
La storia di Grazi con il Tennis Giotto inizia molto prima: “Sono cresciuto qui. Da bambino giocavo in questo circolo, poi ho provato a fare il giocatore fino ai diciotto anni. Quando ho capito che la mia strada era un’altra ho iniziato come sparring e ho fatto tutti i corsi fino a diventare maestro.”
La svolta arriva nel 2015 e nasce quasi per caso: “Un giorno arrivò una ragazza che aveva avuto un incidente. Cercava qualcuno che la allenasse nel tennis in carrozzina. Nessuno di noi aveva esperienza in questo settore.
Ricorderò sempre quel momento: alzai la mano e le dissi che me la sentivo. Chiamai in Federazione per capire da dove partire e da lì è nato tutto. Quella ragazza era Giulia Capocci. L’ho accompagnata fino alla top ten mondiale. Ha giocato tutti gli Slam e per me è stata una scuola incredibile.”
Da quel momento il gruppo ha iniziato a crescere. Oggi sono undici gli atleti che si allenano al Tennis Giotto. Alcuni hanno appena iniziato, altri partecipano regolarmente ai tornei nazionali e internazionali. “All’inizio arrivano quasi sempre molto chiusi. Poi però si crea qualcosa di speciale. Noi abbiamo costruito un gruppo vero. È questo che fa la differenza.”
Una differenza che ha convinto perfino Umberto Paterno, ex atleta di livello internazionale, a tornare in campo: “Aveva smesso di giocare perché non riusciva a trovare un ambiente che gli desse motivazioni. Qui gli è tornata la voglia. Quando succedono cose del genere capisci che stai lavorando nella direzione giusta.”
Negli ultimi anni il Tennis Giotto ha organizzato tornei sempre più importanti fino ad arrivare, nell’ottobre 2025, ai Campionati Italiani. Un risultato che certifica la crescita del movimento, anche se la strada da percorrere è ancora lunga: “In tanti non sanno nemmeno che esista il tennis in carrozzina. Eppure basta vedere una partita per capire quanto sia affascinante. La regola cambia pochissimo rispetto al tennis tradizionale: semplicemente si possono utilizzare due rimbalzi invece di uno.”
Ma la lezione più importante arriva fuori dal campo: “Ci sono ragazzi che finiscono gli allenamenti con le mani bruciate dai corrimani della carrozzina. Le fasciano e ripartono. Per questo adesso faccio più fatica a sentire le lamentele di ragazzi che arrivano in campo dicendo di essere stanchi perché hanno fatto sei ore di scuola. Vedere questi atleti da vicino fa capire quanto si possa dare in campo e nella vita.”
Il ricordo più bello? Grazi non ha dubbi: “La finale dei Campionati Italiani a squadre qui ad Arezzo. L’abbiamo persa, ma è stata un’emozione enorme. I risultati arrivano sempre dal lavoro che hai fatto prima, tecnicamente e umanamente.”
Guardando al futuro, il suo obiettivo è chiaro: “Vorrei creare una vera scuola di wheelchair tennis e contribuire alla crescita del movimento in Italia. In altri paesi, come Stati Uniti e Argentina, ci sono migliaia di persone che seguono le partite. Qui facciamo ancora fatica a riempire gli spalti. Dobbiamo farlo conoscere di più.”
E forse ha ragione. Perché dopo aver osservato per qualche minuto un allenamento di wheelchair tennis, la domanda iniziale cambia. Non è più “Quanto è difficile?”, ma diventa piuttosto “Perché così poche persone lo conoscono?”
di MASSIMILIANO CUSERI
IG: @tennis_giotto
Pianista innamorato dello sport. Sono passato da Bach ai compositori contemporanei, così come ho esplorato gli sport più disparati, dall’hockey al biathlon. Ho iniziato a scrivere tardi, ma spero di essere ancora in tempo per raccontare tutto ciò che finora ho potuto esprimere “solo” attraverso la musica.



















