C’è un momento, in salone, in cui capisci se un lavoro è davvero riuscito e non è quando finisci il taglio o quando asciughi i capelli. Ma neppure quando togli il mantello. È quando la persona si guarda allo specchio. Io quel momento la osservo sempre. Perché spesso la prima cosa che vedo non sono i capelli. È lo sguardo.
C’è chi si riconosce subito, chi sorride, chi inclina leggermente la testa per cercare un’angolazione diversa e poi c’è chi si guarda e rimane qualche secondo in più. È lì che capisci qualcosa. Negli anni ho imparato che il nostro lavoro è fatto anche di dettagli che non si esauriscono nel risultato finale… Un movimento, una proporzione, una sfumatura, un volume spostato di qualche centimetro. Ma soprattutto ho imparato che guardare non significa vedere. Vedere è accorgersi che una persona ha cambiato colore. Guardare meglio è capire perché.
Vedere è notare che qualcuno sorride. Guardare meglio è chiedersi se quel sorriso è davvero arrivato fino agli occhi. Forse è per questo che faccio ancora questo mestiere con curiosità, perché ogni giorno mi ricorda che quello che abbiamo davanti non è mai tutta la storia. E allora penso che “guarda meglio” non valga soltanto per un parrucchiere: vale per le persone che incontriamo, per i luoghi che attraversiamo, per le cose che giudichiamo in pochi secondi.
Perché la superficie è comoda, ci permette di capire velocemente e andare avanti, ma qualche volta basta fermarsi un istante in più, guardare un po’ più attentamente e scoprire che quello che pensavamo di aver già visto aveva ancora qualcosa da raccontarci.
A cura di Thomas Fabbri
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