Klang Club
We’ll never die!

Nel 2008 due fratelli, Niro ed Elia Perrone, hanno dato vita a una realtà che è stata, è, e rimarrà significativa all’interno della vita notturna aretina; l’unica presenza di club culture underground che si è retta in piedi nella nostra città per 14 anni.
Ad Arezzo ho sempre avuto difficoltà a trovare uno spazio, un contesto o un ambiente di totale libertà di espressione e di buona musica elettronica, come avviene nelle grandi città, il Klang ha, invece, fatto centro. La resistenza a credere che il clubbing sia una cultura è ancora forte (possiamo dire che i fratelli Perrone sono riusciti a dare vita a qualcosa di significativo), un’unione tra pari, un’atmosfera tollerante e positiva; emozioni e chiappe sculettanti fedeli alla serata, indipendentemente da dove essa prenda luogo, che sia in un club o in una strada, come durante il “Klang on The Street”, evento che inizia dal pomeriggio e che si svolge lungo la strada principale del quartiere Pescaiola.
Il Klang rappresenta una condivisione di sorrisi ed emozioni forti, che si muovono e si scaldano a tempo delle tracce dei Dj. Un’idea cresciuta negli anni che ha resistito ai vari cambiamenti, alle tendenze avverse della città e che ha ospitato nomi come Claudio Coccoluto, Ralf, Adam Beyer, Marshall Jefferson, Roman Flügel, Maceo Plex, Move D, Fred P e tantissimi altri dj nazionali ed internazionali. Tra una chiacchiera e qualche sigaretta con Niro e Elia, li ho “intervistati” curiosa.
Come è nato il Klang, quali erano i pensieri e le paure a riguardo a questo progetto all’inizio?
Niro: «Prima di parlare del Klang dobbiamo pensare a cosa ci ha portato a prendere la decisione di incamminarci verso questa avventura. Immaginatevi un gruppo di ragazzi che condividono una spropositata passione per la musica, un’ossessione che ti porta a macinare centinaia di km per andare a sentire l’artista che apprezzi e soprattutto per farti sentir parte di un movimento che ha vita al di fuori dei classici circuiti locali a cui non prenderesti parte neanche nella peggiore serata uggiosa d’autunno; in un periodo in cui non esistevano social network, ti ritrovavi a discutere delle ultime uscite che l’etichetta svedese del momento aveva appena sfornato con gente che veniva da ogni dove.
Qualcosa dentro si smuove, e quel qualcosa ti fa prendere aerei che ti portano in Germania anche solamente per qualche ora: il tempo di arrivare dall’aeroporto al club di turno con uno zainetto, mangiare un bratwürst, scatenarsi in pista per un po’ e tornare in aeroporto ad aspettare il volo verso l’Italia. A quel punto eravamo stanchi di dare sfogo alla nostra passione montando illegalmente impianti improvvisati a Lignano, sfruttando solamente le stagioni calde.
Quindi, grazie alle continue esperienze all’estero, avevamo ormai maturato una visione innovativa e inusuale del mondo della notte per quelli che erano gli standard nostrani. Nacque così la necessità di portare la concezione del clubbing in città ad un altro livello, e cavolo se ci siamo riusciti. Nel giro di mezza stagione eravamo già nella bocca di tutti gli addetti ai lavori, tanto da riuscire a portare costantemente i migliori artisti di musica elettronica a livello mondiale… Un po’ come fossimo stati un Arezzo Wave settimanale. AW ha portato Moby sì, ma noi abbiamo portato Adam Beyer.»

Nei tuoi ricordi quali sono stati i momenti più significativi del Klang?
Elia: «Difficile trovarne pochi, sicuramente quando abbiamo iniziato a ospitare dj internazionali del panorama House/Techno, proporre qualcosa di sconosciuto in città, artisti che vedevi solo nei festival o nei club famosi in Europa. Questo ci ha fatto diventare un punto di riferimento per la Club Culture Italiana degli anni ‘10. Molti ospiti venivano perché sentivano parlare del locale, e altri perché li portavamo sempre alla Capannaccia a mangiare. Un altro momento importante è stato quando abbiamo aperto Unclear Records, la nostra etichetta discografica che ci ha permesso di suonare in mezza Europa. Nel 2013 abbiamo chiuso il locale di gestione familiare, date le poche regolamentazioni sulle associazioni al tempo, i costi troppo alti e l’invidia dei “colleghi” cittadini, perché in questa città non c’è mai stato aiuto reciproco.
Negli anni successivi il Karemaski ci ha ospitato per le nostre feste mensili, arrivando addirittura alle 600 persone a serata, follia per Arezzo. Adesso invece siamo al Be One’s,
unico posto n cui ci sentiamo a casa ad Arezzo.»
Riusciresti a descrivere cos’è per te il Klang con tre parole?
Niro: «Klang significa suono in tedesco, un suono che da 14 anni riecheggia nei pensieri di chi lo ha vissuto per tutto questo tempo. Un posto dove non esistono né etichette né pregiudizi, dove la gente mette da parte le angosce quotidiane e si connette all’energia collettiva emanata dalle frequenze sprigionate dalle casse. Klang è amore, Klang è musica, Klang è famiglia. E ricordatevi… Klang Club: we’ll never die!»
Negli ultimi anni state puntando sui vostri Dj resident e nonostante ciò riuscite comunque ad avere un grande numero di partecipanti, quale é il segreto per la riuscita della serata?
Elia: «Il segreto è la costanza e proporre sempre ottima musica, perché è lei la protagonista. Insieme a dj e artisti che sono diventati la nostra famiglia; Giulio Etiope, Riccardo Pastorini, Sense, Cosimo e dj Ef. Chi viene alle nostre serate sa che troverà un’atmosfera unica, senza etichette né pregiudizi. We make music in town!»

di VALENTINA RACHINI

IG: @klangclub
FB: Klang Club Arezzo

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