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Tu chiamale se vuoi… voglioline

Il mio desiderio sarebbe guardare una sciocchezzuola, tipo un film BL thailandese, in pace, con il cervello spento. E invece no. Perché c’è la lavatrice da stendere

Sto leggendo una rivista dal dentista quando mi imbatto in un articolo sul desiderio. Il titolo promette bene: “Il desiderio: la forza silenziosa che ci guida ogni giorno”. Annuisco senza pensarci, come si annuisce a tutte le solite scemenze scritte bene.
Sto per voltare pagina quando l’occhio mi resta incollato su una riga: “non accontentarci mai davvero”. Interessante, Watson. E quindi? Cosa dovrei fare adesso, sfregare una lampada ed esprimere tre desideri? Perché a leggere così sembra tutto molto semplice: basta non accontentarsi e il resto viene da sé.
Poi, non so perché, mi viene in mente Buddha. Quello vero, non quello da citazione su Instagram. Quello che diceva che il desiderio è la radice della sofferenza. Chiudo la rivista. Meglio spegnere il cervello, almeno per un attimo.
Il fatto è che mi hanno chiesto di scrivere proprio su questo: il desiderio. Non quello romantico, quello potente. Quello che ti fa alzare la testa quando sei stanco, che ti spinge a migliorare, a non accontentarti mai. E io, sinceramente, non so da dove cominciare. Perché i miei desideri veri fanno schifo a raccontarli. Non migliorano nessuno, non fanno curriculum, non illuminano niente.
Rimugino su quelle righe così ispirate. E più ci penso, più mi rendo conto che il mio desiderio, in questo preciso momento, non è crescere, migliorare o trasformarmi. Il mio desiderio sarebbe guardare una sciocchezzuola, tipo un film BL thailandese, in pace, con il cervello spento. E invece no. Perché c’è la lavatrice da stendere. Perché domani mattina viene la donna delle pulizie. Perché se io non stendo i panni, lei “non ha da lavorare” e questa cosa, per qualche motivo oscuro, si è trasformata comunque in una mia responsabilità morale. Così mi ritrovo in piedi, con le mollette in bocca, a stendere mutande umide mentre penso ad un articolo sul desiderio. E mi chiedo seriamente in quale momento della giornata sarebbe dovuta arrivare la famosa scintilla. Prima o dopo l’ammorbidente?

Il problema è che vivo e prendo i miei desideri a giornate. Quando arrivano, arrivano. Un po’ come mia nonna che mi chiama esattamente quando mi sono appena seduta sulla tazza del cesso. O come il corriere che suona nel preciso istante in cui io sono nuda come un verme, pronta ad entrare in doccia. Il desiderio, a quanto pare, ha un talento naturale per scegliere il momento peggiore, almeno con me.
L’altro giorno, per dire, sono uscita dall’ufficio alle sette di sera dopo una giornata infinita. Con le colleghe stavamo tornando a casa quando sentiamo un gatto miagolare. Una di loro si ferma di colpo; è una di quelle persone che non può fare finta di niente davanti a un animale in difficoltà. Così ci fermiamo tutte. Cerchiamo il gatto, che è in un giardino privato. Chiamiamo l’ENPA, che non risponde. Sono le sette e mezza che diventano le otto passate.
Nel frattempo il vicino di casa esce e inizia a raccontarci che vuole mettere una fioriera nel piazzale per impedire alle macchine di fare retromarcia. Come se fossimo a Piazza del Plebiscito il giorno delle elezioni. Il dettaglio divertente è che da tre mesi abbiamo un cartello attaccato con le puntine al portone perché la molla non funziona e il portone non si chiude. Ma quella, evidentemente, non è una priorità.
Lì, in mezzo a quella scena – il gatto, il vicino, la fioriera, il portone rotto – mi sono chiesta: cosa desidero dalla vita in questo preciso momento? E la risposta era semplicissima: tornare a casa. Punto. Solo che il mondo mi lasci in pace per cinque minuti.
Il problema non è desiderare poco. Anzi, ho desideri continui – se la fatina dei desideri lavorasse per me, dovrei pagarle gli straordinari. Io li chiamo voglioline. Non sono abbastanza belli da diventare esempio, frase ispirazionale o pezzo di rivista. Sono desideri che non “accendono”, al massimo chiedono tregua. Sono quelle cose piccole che ti passano per la testa e che non hanno niente di edificante.
Ma che ne sanno, quelli che vivono nelle grandi città, dove per ogni desiderio c’è un Deliveroo. Ad Arezzo l’unico delivery disponibile è tua madre che ti porta la pasta al forno – calda direttamente a tavola. Il desiderio, qui, passa sempre dal compromesso. O dall’attesa. O dalla rassegnazione.
E poi ci sono quei desideri che arrivano nel momento peggiore. Come quando esci dal ristorante dopo aver speso una cifra, sono meno due gradi, e il tuo stomaco decide di tradirti. In quel momento il desiderio si riduce a due cose: non avere i pantaloni bianchi e arrivare a casa in tempo. Ecco, questo è il desiderio vero. Non è una forza silenziosa. È una forza che urla mentre corri con le chiappe strette.
Mentre stendo l’ultima maglietta mi rendo conto che forse, invece di scrivere di desideri, dovrei semplicemente ascoltare i miei. Quindi finisco di stendere i panni, mi sdraio sul divano e premo play.
Se questo articolo vi ha fatto venire voglia di desiderare qualcosa di grande, mi dispiace. Non era l’intento.

di VERONICA VALDAMBRINI

Veronica Valdambrini
VERONICA VALDAMBRINI

Stylist, Graphic Designer e Fashion Writer. Fin da quando ne ho ricordo, sono sempre stata attratta da situazioni, stili e differenti tipi di bellezza. Continuamente alla ricerca del nuovo ed alla riscoperta del vecchio, si affiancano a musica Jazz, Portrait Fotografici e cultura giapponese, piaceri e fonti di ispirazione per il mio lavoro e stile di vita.

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