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Ride Fast. Dream Faster.
Gioele Meoni, motociclista castiglionese classe ’91 che ha corso la Dakar Rally, e il suo impegno nel sociale.

Gioele Meoni, motociclista castiglionese classe ’91, dopo anni di carriera nel settore delle due ruote, nel gennaio scorso ha partecipato a una delle gare più epiche e affascinanti che si possano correre: la Dakar Rally.

La tua carriera nel mondo del motociclismo dura ormai da diversi anni…

«Quando ricevetti in regalo la mia prima moto avevo tre anni e mezzo, a Natale ’94/’95. Fu amore a prima vista, il mio mondo erano la casa e la Steels, l’officina-concessionaria dei miei genitori, aperta a Castiglion Fiorentino nel 1981. Corsi la prima gara di motocross nel Campionato Regionale Toscano 2006, quando già mio babbo non c’era più. Continuai poi a gareggiare nel motocross, prima a livello regionale e poi nazionale, fino al 2014: nel 2011/2012 vinsi due Campionati Umbro-Marchigiani, e nello stesso anno corsi il Campionato Italiano. Negli anni successivi tuttavia diminuii l’attività sportiva, e nel 2014 mi trasferii a Milano per lavoro. Nel 2019 tornai a farmi domande, i 30 anni erano vicini, mi chiesi se non avere più le moto nella mia vita fosse davvero ciò che volevo. Rientrai quindi a Castiglion Fiorentino, ed è da allora che la moto è tornata protagonista della mia vita.»

L’esperienza della Dakar è un sogno che hai coronato a 31 anni. La partenza un po’ in salita, a causa di un infortunio durante il Rally del Marocco, ma riesci comunque a recuperare ed a gennaio inizia la mitica corsa, dove ti qualifichi primo tra gli italiani nella categoria “Malle Moto” (categoria in cui il motociclista “cura” la propria moto, ed è al contempo pilota e tecnico – NdR).

Com’è andata questa esperienza, e quale è il ricordo più bello? 

«La Malle è la categoria degli “scappati di casa” (ride – NdR). L’organizzazione ti fornisce questa cassa (“malle» in francese – NdR), la borsa con l’abbigliamento e le ruote di scorta; da lì in poi devi fare tutto da solo. La caduta in Marocco è stata stupida, lenta, ho messo male il braccio lussandomi la spalla e rompendomi parte dell’omero. Fortunatamente, l’organizzatore del Rally del Marocco e Race Director della Dakar, David Castera, mi ha rassicurato, dicendomi che non ci sarebbero stati problemi in relazione alla mia partecipazione. L’allenamento, dall’essere volto a una preparazione al 100%, è diventato quindi una corsa a farcela. Il Dottore titubava, il fisioterapista era ancor più preoccupato, invece poi si è reso conto che il fisico a volte risponde alle esigenze della mente. Poi sono partito, e i primi giorni, ad AlUla, sono stati una vera e propria scoperta degli straordinari paesaggi dell’Arabia Saudita. In gara non ho mai sofferto molto, la prima tappa dopo il Prologo forse è stata la più dura. Sapevo che i primi tre giorni sarebbero stati molto selettivi; erano il mio primo obiettivo, seguiti dalla tappa di riposo e poi dalla conclusione della corsa. In due settimane ho vissuto un’esperienza paragonabile a due anni di vita, provando mille sensazioni diverse, correndo 600-700 chilometri al giorno, sfruttando ogni minuto al 100% e comunque essendo sempre in ritardo sulla tabella di marcia (ride – NdR). Questa gara penso sempre di averla corsa in due: ho avuto una mano dal mio babbo, che sicuramente mi ha guardato; spesso pensavo a come avrebbe ragionato lui su alcune problematiche, e questo mi ha aiutato a dare peso a cose che magari in un’altra circostanza avrei lasciato perdere. Anticipando i problemi, ed essendo sempre lucido e riposato, sono riuscito a fare ciò che mi ero prefissato.»

Parlando della tua attività nel campo del sociale, ricordiamo che tu porti avanti la “Fabrizio Meoni Foundation”.        

«La Fondazione, creata nel 2007, ha dato vita a quattro scuole; io ho pensato di dare nuova linfa e spinta al progetto, anche approfittando della visibilità della Dakar. Ho deciso quindi di unire lo sport all’aiuto verso i ragazzi meno fortunati, creando Dakar4dakar: ho chiesto agli sponsor il budget per correre, creando poi una campagna di crowdfunding attualmente attiva. Vorrei acquistare la moto per poi metterla all’asta, in un evento che si terrà a settembre a Milano, in occasione del lancio di un docufilm girato l’anno scorso per raccontare il progetto, che verrà presentato anche al Festival del Cinema di Venezia. Tutti i proventi saranno devoluti alla Fondazione; questo mi rende un po’ più orgoglioso di tutte le cose che ho fatto. Incrociamo le dita affinché questo progetto possa andar bene!»

Sei anche fondatore di Whip Live, un’app per appassionati di motociclismo, ciclismo e trekking.

«Whip nasce dalla mia passione per le due ruote, unita alla mia professione d’informatico. Fondata insieme ad alcuni soci a fine 2016, è stata principalmente pensata per la creazione e l’esplorazione di nuovi tracciati. I nostri algoritmi generano percorsi, e le persone possono condividere i propri. Nell’app ci sono anche una funzione di tracciamento, una parte social e una di navigazione: una sorta di Google Maps per l’outdoor. Curiamo anche alcuni aspetti di sicurezza, che estendiamo agli organizzatori di gare, i quali possono monitorare i partecipanti, offrendo loro un supporto medico e meccanico tempestivo. Il tutto a un costo più basso, cosicché anche gli eventi più piccoli possano permettersi il servizio.»

Cosa vedi nel tuo futuro?    

«Mi sono ripromesso di godermi il momento, organizzando le ultime cene per festeggiare l’esperienza della Dakar. Recentemente ho scoperto il mondo della navigazione, dei rally, un settore in cui tanti stanno iniziando a entrare e a cui stanno cominciando a interessarsi. Io so solo che ho tanta voglia di andare in moto, e possibilmente di fare qualcosa di diverso da ciò che ho già fatto. Mi prenderò il mio tempo per decidere, e poi si vedrà.»

 

di GEMMA BUI

Credits @rally_zone

Gemma Bui
GEMMA BUI

Studentessa, musicista, cultrice dell’Arte variamente declinata. Con la scrittura, cerco di colmare la mia timidezza dialogica. Nelle parole incarno la sintesi – e non la semplificazione – della realtà. Credo nella conoscenza come mezzo per l’affermazione di sè e come chiave di lettura dell’esistere umano.

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