Quotidianamente, ormai da tempo, leggiamo di violenza giovanile, episodi che si verificano nelle nostre città e che generano preoccupazione, senso di insicurezza, allarme e paura. La domanda è sempre la stessa: cosa sta accadendo ai nostri ragazzi? I tentativi di interpretazione sono molti, come molte sono le attribuzioni di responsabilità, a volte alle famiglie, altre all’assenza di valori fino ad arrivare a quello che abbiamo deciso essere il nemico per eccellenza, il cellulare. Prima di provare a fare un’analisi profonda, con l’aiuto dei preziosi studi fatti dall’Istituto Minotauro di Milano [Maggiolini A. (2025) (a cura di), Gang giovanili. www.minotauro.it], si rende necessario riformulare la domanda; più che chiederci cosa stia accadendo ai nostri ragazzi è opportuno chiederci: Cosa sta accadendo alla società? Cosa stiamo comunicando ai ragazzi?
Per tentare di rispondere partiamo dal fenomeno nominato Baby Gang. Questa etichetta, generale e generica, risulta indubbiamente efficace a livello mediatico, ma rischia di diventare fuorviante. Il termine Baby rimanda, infatti, nell’immaginario collettivo, all’idea di qualcuno “più piccolo”, quindi di comportamenti che riguardano una fascia d’età più piccola di quella che noi ci aspettiamo, o di quella che solitamente associamo a certi comportamenti. Rimanda dunque ad un concetto di anticipazione. Questo è il primo elemento da mettere in discussione, perché in realtà, osservando dati e statistiche (forniti, alle ricerche sul tema, dai Ministeri degli Interni e della Difesa) non è così, parliamo infatti di un’età tra i 14 e i 18 anni con rari casi di tredicenni, niente di diverso dal passato. Il termine Gang, invece, richiama ad una realtà strutturata, un’organizzazione quasi criminale fatta di gerarchie, di rituali, di senso di appartenenza, di confini ben definiti. In realtà questi gruppi sono generalmente molto fluidi, non organizzati e spesso nemmeno gerarchici. La narrazione di questo fenomeno a livello comunicativo è evidentemente tesa ad attivarci in senso allarmistico e difensivo. I termini utilizzati per descrivere gli eventi legati al fenomeno delle Baby Gang o alla violenza giovanile di gruppo, rimandano spesso al mondo animale: si parla e si legge di predatori, di prede, di caccia, di eccitazione violenta, di bestie. Quando non si ricorre alla metafora del selvaggio mondo animale ci si appella ad un lessico militare: plotoni, bande, guerre.
Lo stile comunicativo che narra, influenza la percezione della narrazione stessa ed è inevitabile che non influenzi anche il modo in cui i ragazzi diventano adolescenti ed il modo in cui gli adulti accompagnano i ragazzi nel mondo e nella società. Questo è un aspetto molto sottovalutato e che fa la differenza. Il risultato è che il fantasma della paura crea confusione a tutti i livelli e tutti si sentono smarriti. Quindi di quale paura stiamo parlando? Dialogando con i ragazzi la dimensione diventa più chiara.
“È fondamentale stare in guardia, in giro è pieno di persone pericolose, le città non sono sicure, avere con sé un coltello permette di potersi difendere”.
Questa idea di città e di società gliel’abbiamo descritta noi. Una realtà pericolosa dove non c’è tempo per sperimentare i conflitti, le frustrazioni, lo scontro, c’è solo da stare attenti e in grado di difendersi. La rabbia è un’emozione che ci appartiene e l’aggressività un comportamento che dovrebbe essere vissuto in contesti sociali e relazionali capaci di insegnarci a regolarlo. Ma se io non mi fido di nessuno, se ho paura di essere attaccato, se le mie occasioni di incontro sono ridotte, non imparerò mai ad esprimerlo in modo sano.
Tornando alla domanda iniziale “cosa sta succedendo ai nostri ragazzi?” No, non sono più aggressivi rispetto al passato, ma hanno indubbiamente meno occasioni di imparare a gestire rabbia ed aggressività. Questa aggressività non sperimentata in contesti sociali, relazionali, di confronto politico, in spazi comunitari, non si esprime solo attraverso una modalità esteriorizzata, quindi reati, furti, uso di sostanze, ma anche in modalità interiorizzate, come comportamenti autolesionisti di varia natura. La scelta deviante è una risposta al non vedere una strada, una luce. Se è vero quindi che non c’è un aumento significativo di rabbia, è altrettanto vero che c’è un aumento della paura percepita e quindi di ansia. Una grande difficoltà a correre rischi, a mettersi in gioco, soprattutto a livello relazionale. Qui entra in gioco l’ambiente che circonda il ragazzo. Un ambiente supportivo, estremamente supportivo, tutelante, protettivo, controllante può incidere sull’aumento dei sintomi ansiosi, mentre un ambiente poco supportivo può aumentare i livelli di aggressività. Disagio psichico e disagio sociale sono strettamente connessi tra loro, non si può analizzare l’uno senza aver analizzato l’altro. Che cosa possiamo fare allora? Prima di tutto non va aumentato il controllo. Come abbiamo detto un eccessivo controllo non fa altro che aumentare l’ansia e la percezione di pericolo e insicurezza. Quello che occorre è, invece, diminuire l’isolamento, favorire l’aggregazione dei gruppi in modo autoregolato, è l’unico modo che noi abbiamo per far sì che i ragazzi incominciano a sperimentare. In una fascia d’età in cui la parola dell’adulto è subordinata a quella dei pari. Aprire e favorire un varco comunicativo e relazionale corrisponde a dare opportunità. E ovviamente questi luoghi di aggregazione non possono essere rappresentati da non-luoghi, da posti dove se non ho soldi non posso stare insieme agli altri, non possono essere, per fare un esempio, i centri commerciali.
E le conseguenze? Una riposta punitiva a questo tipo di comportamento deviante fa la differenza? Rappresenta un deterrente? Il vero deterrente è rappresentato dalla RISPOSTA, che sia o meno punitiva, questo diventa secondario. I ragazzi devono percepire l’efficacia dell’adulto e l’unico modo con cui possono percepirla è nella risposta immediata, qualsiasi essa sia. Questa risposta viene a mancare se noi adulti ci spaventiamo. Se, paralizzati, invece di indicare una strada illuminata ci perdiamo per primi nel vicolo buio della paura.
A cura di Benedetta Ricci | Psicologa Psicoterapeuta Ipnoterapeuta
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