“Non mi definisco artista – così si presenta Leonardo Bigliazzi, in arte Leobi, aretino, classe ’90 – piuttosto la creatività diventa la materializzazione di un’idea ma è l’idea stessa che fa la differenza. E a me piace scovare, scrivere e dare vita alle idee.”
I suoi contenuti realizzati con l’AI sono diventati in pochissimo tempo virali su social e stampa e hanno attirato personalità come Leonardo Pieraccioni e Pupo, per cui ha prodotto uno dei primi videoclip musicali in Italia interamente realizzati con AI con la canzone L’equilibrista.
Quale percorso umano e professionale ti ha portato ai risultati di oggi?
«Ho iniziato come grafico all’interno di un negozio d’informatica, poi in un’agenzia di comunicazione dove sono cresciuto professionalmente per almeno un biennio. Sono approdato poi nel mondo delle discoteche; mi piaceva il clubbing e la bolla della musica elettronica che si stava creando. Sono finito all’interno di una rete di produttori musicali, agenzie, etichette, figure di un mercato emergente per il quale svolgevo attività di video produzione, comunicazione, grafica. Ho lavorato anche in circuiti importanti, per esempio con Vasco e gli Eiffel 65. Ma avevo necessità di maturare e ho fatto l’incontro che poi in un certo senso ha determinato tutto il resto, quello con Aruba, con la quale ho intrapreso un percorso che dura tuttora. Alle mie capacità si richiedeva soprattutto di sviluppare delle campagne pubblicitarie in cui la creatività fosse al primo posto; ero diventato un pubblicitario, la definizione più umile, concreta, diretta con cui mi piaceva presentarmi. Dal 2019 ho ripreso la mia attività e ho osservato il contesto che cambiava per approdare all’AI, che mi ha trovato probabilmente pronto a capirla e a usufruirne. Sono sempre stato una figura poliedrica, ma al centro di tutto c’è la direzione produttiva dei progetti.»
Cosa diresti a chi vede l’AI con scetticismo. quando non con paura?
«L’AI non è altro che uno strumento che ha un unico, enorme difetto: non ci sta concedendo il tempo di capire, di cambiare, di adattarci. Sicuramente nel nostro settore sta demolendo in maniera rapida e violenta una serie di segmenti di una filiera dove lavorano persone. Le aziende oggi hanno sicuramente la facoltà e il dovere di cavalcare l’onda.
Mi rendo conto di parlare da una posizione privilegiata perché non ho nessuna struttura, non ho dipendenti, non ho clienti con tariffari bloccati, non ho contratti; vantaggi che mi permettono di essere molto veloce nell’adattare il mio servizio. Ma questa cosa è possibile; tutti quelli che non sanno nulla di grafica oggi potrebbero realizzare con niente delle immagini impressionanti e piccoli video che per dei professionisti un anno fa sarebbe stato impossibile realizzare. Per certi versi si è livellato un gap gigantesco. Chi fa questo mestiere ormai non può paragonarsi né concorrere con chi lavora con un abbonamento da venti dollari di software. Deve ricreare il gap, e per questo è necessaria la complessità. Io, creando ricercatezza e complessità ho creato valore. Ora è necessario che chi fa determinati mestieri si dedichi a cose che un pubblico generalista non potrebbe mai fare, senza respingere questi strumenti ma applicandoli alla maestranza, alla conoscenza. Questa è l’evoluzione del lavoro e l’evoluzione degli strumenti che trasformano il lavoro.»
Qual è il messaggio che i tuoi contenuti portano con sé?
«Quando ho fatto il primo video, un esperimento da laboratorio, un piccolo video su Arezzo che mi ha portato nelle cronache locali, l’ho fatto in maniera molto “innocua”, nel senso che non avevo alcun tipo di previsione o aspettativa. Nel momento in cui l’ho caricato ho scritto “Arezzo vista con gli occhi di un bambino” e credo che quella sia stata una componente emotiva importante, che ha elevato il video di per sé, suggerendomi anche la strada da percorrere. Ho fatto qualcosa che era estremamente fedele al mio modo di esprimermi. Avere una firma, un marchio di fabbrica, per la mia vena artistica è ossigeno ed è una delle cose più difficili in campo pubblicitario, ancor più che in quello artistico.
Questa idea, di lanciare messaggi anche complessi ma sempre con una visione fanciullesca, l’ho appresa dall’ambito pubblicitario: se un bambino riesce a capire quel messaggio vuol dire che lo possono capire tutti. È diventata la bussola per approcciarmi ai miei lavori. L’idea è di lasciare sempre messaggi positivi; mai scioccare, mai spaventare, tentare di dare una leggerezza… Una sorta di magia ai miei contenuti.» Probabilmente è ancora una visione molto intima, ma è il mio modo di creare un prodotto diverso nel mare magnum di contenuti che vediamo fatti con AI, roba trash, priva di consistenza e di senso che invece, per me fondamentale.»
di GABRIELE MARCO LIBERATORI
IG: leobi.art
FB: Leonardo Bigliazzi
leobi.it
Laureando in lettere antiche, chitarrista dall’animo rétro, cultore di teatro e storia dell’arte. Ritengo che la conoscenza dell’espressione e del pensiero umani sia l’unica chiave per elevare il nostro spirito.. Il mio motto è “E l’omo vive”, perché non c’è buona speculazione intellettuale senza un calice di rosso e un piatto di leccornie regionali.



















