Videochiamata con Il Cile

Lorenzo Cilembrini, nato ad Arezzo, classe 1981.
Prima che solo a nominarlo, parta nella testa di tutti il ritornello di “Maria Salvador”, voglio subito annunciarvi che la chiacchierata che mi sono goduta, via Whatsapp, con Il Cile, mi ha portato alla scoperta di un grande cantautore contemporaneo che, nonostante l’incertezza del momento, ha le idee chiare sulla direzione che dovrà prendere la sua musica.
Si, sono un cantautore, che vuol dire tutto e niente… Diciamo piuttosto che ho da sempre improntato la mia musica raccontando dettagli della mia vita, accompagnati da una certa poetica che fa parte del mio stile di scrittura; tengo davvero tanto all’uso delle parole giuste. Sono un amante delle parole prima che del canto, quello è venuto dopo, quando ho capito che mi sarebbe servito per spiegare al mondo i colori e le sfumature che avevo dentro. All’inizio l’introspezione era il mio pane quotidiano, oggi invece cerco di far riconoscere la gente nei miei testi.
Quello che ci metto sono le emozioni, i sentimenti forti, talvolta anche violenti, sia positivi che negativi, per me sono la base. Non riuscirei ad abbandonare la mia sincerità, a non parlare del mio vissuto; è quello che ho sempre ammirato nei grandi che ancora oggi mi ispirano.
L’epifania de Il Cile arriva alle elementari dopo aver visto un video dei Nirvana. Corse a farsi comprare la cassetta da sua mamma per rivederlo in loop. Sapeva già cosa avrebbe voluto fare da grande. Alle superiori ci fu la prima band e da lì è stato tutto un crescendo che lo ha portato a lavorare con i pezzi grossi della musica italiana.
I miei erano fanatici del cantautorato, quello bello e impegnato, ma anche dei grandi; Beatles, Stone, Pink Floyd… E nella mia testa quel melting pot di suoni è esploso deflagrando in quella che poi sarebbe stata la mia identità artistica.” Poi c’è stato il DAMS di Bologna che gli ha dato tanti spunti, creatività e un bisogno quasi viscerale di bagnarsi continuamente nel fiume dell’arte.
Da lì la ricerca dei giusti produttori, qualche classica porta in faccia che non guasta mai e poi la capacità di capire che il mestiere scelto non dà certezze e che per poter sopravvivere serve la continua capacità di rivoluzionarsi, cambiare, migliorarsi: “Quando mi trovo a scrivere per altri artisti, anche molto più importanti di me, nomi grossi come Jax o i Negrita, è una continua gara con me stesso e la mia creatività; uscire dalla comfort zone è essenziale per arrivare a creare sempre qualcosa di nuovo e unico.

Quando è esploso il fenomeno Il Cile?
«Ho iniziato facendo l’autore e il mio nome ha cominciato a girare nei grandi circuiti delle major. Nel 2011 lavoravo con i Negrita, ai testi dell’album “Dannato Vivere”; da lì nacquero pezzi come “Brucerò per te” che divenne una hit. Poi uscì “Cemento Armato”, il mio primo singolo per le radio. La partenza fu diesel, ma poi come spesso succede per le novità, il pezzo fu trasmesso da Deejay e fu un successo. Era il 2012 e senza talent era dura farsi passare in radio… Poi la mia carriera è decollata, con collaborazioni importanti come quella con Jax. Il Covid purtroppo ha stoppato tutto. Ho un disco in gestazione e di cui volevo annunciare il primo singolo poco prima che scoppiasse la pandemia, sarebbe stato l’inizio di una nuova era stilistica per me, ma viste le circostanze puoi immaginare come è andata a finire, sto aspettando che le cose tornino alla normalità.»
Quanto è difficile fare il musicista nell’era Covid?
«Credo che sia difficilissimo. Per lanciare un singolo o un album serve una promozione importante; servono i live, le interviste, le presentazioni in radio… Se manca tutto questo diventa dura riuscire a fare questo mestiere. Ho visto altri colleghi che sono usciti in questo periodo con lavori anche molto interessanti, in streaming, ma non hanno avuto l’attenzione che meritavano; questo perché senza pubblico, senza la presenza della gente, diventa difficile far passare tutte le emozioni online.
Con la pandemia tutti gli artisti si sono accorti di quanto sia prezioso suonare live, quanto sia vitale per questo mestiere; è l’ingranaggio essenziale per la musica, dalla piccola band al grande nome del rock. E vale lo stesso per cinema e teatro; il pubblico per un artista è insostituibile.»
Arezzo e la musica, un amore che va avanti da anni… Qual è il tuo legame con la città?
«Jovanotti, Negrita, solo per fare due nomi, sono pilastri della musica e sono originari di Arezzo. Ma pensa anche a Pupo che a livello mondiale ha fatto numeri che si sognano in tanti. E poi le novità, i tanti nuovi progetti che seguo e che sono davvero interessanti. Oggi vivo a Milano e non vengo spesso ad Arezzo, anche per colpa del Covid, ma dai social leggo e vedo tutto, ascolto la playlist di Arezzo Che Spacca su Spotify e sono convinto che la città stia continuando a dare forza al panorama musicale italiano. Mi pare che Arezzo stia facendo un upgrade dal punto di vista della produzione; penso a Spumante, Diego Nicchi che per me hanno già una caratura nazionale e non sfigurerebbero davanti ad altri più affermati di loro dal punto di vista del pubblico. Sicuramente la situazione non aiuta neppure gli artisti emergenti, perché con i live è una cosa, ma riuscire ad emergere nel mare magnum dello streaming è davvero molto difficile. E poi c’è il Mengo Fest che è riuscito a portare nomi che poi sono diventati grandi. È la nuova Arezzo Wave, anche se Arezzo Wave aveva un senso politico e di coesione molto più forte; era la Woodstock aretina. Il Mengo, nonostante sia nato da giovani è sicuramente più consapevole e con maturità sta andando nella direzione che da sempre ha ricercato. Il fermento c’è ed una bella cosa; ci tengo visto che Arezzo è la città dove sono nato e dove ho sviluppato tanto di quello che sono oggi.»

di MELISSA FRULLONI
Credits Giulia Vezzosi

FB: Il Cile
IG: @ilcile

MELISSA FRULLONI

Vegetariana militante. Animalista convinta.
Femminista in prova. Cresciuta con il poster di Jim Morrison appeso alla parete.
Romanticamente (troppo) sensibile e amante della musica vintage.
Una laurea in giornalismo, un cane, 30 anni, mille idee e (a giorni alterni) la sensazione di poter fare qualsiasi cosa…

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